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Il calcio è molto più serio della politica. Salvini tecnico? Meglio Allegri premier

In questo nostro strano Paese, il calcio - in quanto fenomeno sociale di straordinario rilievo - finisce spesso per essere uno strumento in mano ai politici. I quali lo usano per farsi belli, quando sono ai vertici, o semplicemente per farsi notare, quando nessuno li considera.

 

Così, non appena c’è qualche incidente più grave del solito tra i tifosi di questa o quella squadra, corrono tutti a farci la morale: non si può andare avanti in questo modo, fermiamo i campionati, chiudiamo gli stadi e storie del genere. Non uno, in tanti lustri, che abbia fatto ciò che ci si aspetta da chi ha il potere: risolvere i problemi. Come? Ad esempio mettendo in galera coloro che commettono violenze negli stadi, anziché consentire loro di continuare a frequentarli. Oppure dotando le città di impianti nuovi e decenti, anziché costringere la gente a entrare in strutture che spesso fanno orrore.

 

E questi signori della politica diventano addirittura patetici quando entrano in questioni tecniche con parole violente, come se sapessero fare tutto e potessero pontificare su tutto.

Il motivo per cui si comportano così, con questa leggerezza, deriva fondamentalmente dalla scarsa serietà della politica, un mondo nel quale - ad esempio - il ministro della salute il giorno successivo, dopo un rimpasto di governo, può trasformarsi serenamente nel ministro dei trasporti, come se occuparsi di malati o di treni fosse la stessa cosa. Come se la competenza fosse un optional.

 

Berlusconi, uno che da padrone del Milan metteva bocca nelle questioni tecniche della sua squadra (e fin lì ci stava, visto che ne era il presidente), da capo del governo si scagliò contro l’allora ct Zoff, uomo tutto d’un pezzo, spingendolo alle dimissioni dopo l’esaltante Europeo del Duemila. Ora dobbiamo sorbirci lo sproloquio di Salvini contro Gattuso per le sostituzioni (salvo goffa retromarcia del giorno dopo, inutile tentativo di riparare dopo avere usato parole violentissime contro di lui).

 

E’ un po’ uno schifo, diciamolo. Perché alla fine la sensazione, quasi paradossale, è che il calcio - almeno quello che si vive sul campo - sia molto più serio della politica. Lì il portiere sta in porta e il centravanti in attacco, e se cambia l’allenatore oppure lo schema di gioco, non si invertono di ruolo: restano nelle loro posizioni, uno tra i pali e uno in area avversaria, perché è quello che (più o meno bene) sanno fare.

 

Perché poi la domanda diventa: vi fidereste più ad avere Salvini come allenatore della vostra squadra del cuore oppure un allenatore di provato buon senso, mettiamo Ancelotti oppure Allegri (diamo a Gattuso il tempo di fare esperienza), come presidente del consiglio? Per noi la risposta è scontata.

@steagresti
 


Stefano Agresti
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