Gattuso sbaglia tre volte e la Lazio vince a Milano (1-0) guadagnandosi legittimamente la decima finale di Coppa Italia della propria storia.

I tre errori sono stati questi.

Primo: un turnover scriteriato con la rinuncia a Paquetà e l’idea di preservare qualcuno per la partita con il Torino di domenica. Della serie il quarto posto conta più della Coppa Italia.

Secondo: il sistema di gioco squilibrato (3-4-3) con una difesa inedita e, come formula, provata solo due volte in stagione, gli esterni di centrocampo più alti degli attaccanti, Piatek solo e mai servito. 

Terzo: la totale assenza di marcature preventive in occasioni dei calci d’angolo a favore. Il Milan aveva rischiato il contropiede esiziale tre volte prima che accadesse. Alla quarta, durante un inaccettabile quattro contro tre, Immobile, servito sul rilancio della propria difesa, ha fatto quaranta metri da solo e invitato Correa al tocco sotto sull’uscita di Reina. Gol decisivo e Lazio, che ha molto sprecato prima e dopo il vantaggio, giustamente in finale.

Se non è stata una bella partita la responsabilità è del Milan. Un tiro di Calabria (poi uscito per un infortunio che potrebbe essere serio al pari di quello capitato a Milinkovic Savic che forse ha salvato il ginocchio, ma compromesso la caviglia), deviato in angolo da Milinkovic, ha rappresentato il massimo della produzione rossonera nel primo tempo.
Due colpi di testa - uno fuori di Piatek e uno con gol in fuorigioco di Cutrone, quando Gattuso ha optato per le due punte - sono stati il fatturato della ripresa. Praticamente il nulla. Al tifoso rossonero che si domanda cosa l’allenatore potesse fare di più e di diverso rispondo con una sola espressione: 4-4-2. Che significa maggior peso offensivo (Piatek e Cutrone) e migliore compattezza in mezzo al campo. E’ li che la Lazio ha trovato il deserto e l’ha chiamato successo. Perché il Milan era sempre in inferiorità numerica, perché il fraseggio dei biancocelesti era comodo, perché la palla ha preso a viaggiare con fluidità.

Il migliore del Milan è stato Reina che ha impedito due gol a Correa (uno nel finale di primo tempo e uno dopo dieci minuti della ripresa), un altro a Leiva. Sarebbe stato battuto in tre circostanze ma Bastos (due volte) e Immobile (una) hanno mancato il bersaglio. 
Parlare di dominio assoluto sarebbe improprio, perché la Lazio ha impiegato quaranta minuti prima di convincersi ad attaccare in maniera continua e organizzata. Tuttavia il Milan è stato tra i più brutti della stagione. Il momento non è dei migliori sia dal punto di vista atletico, sia per quanto riguarda i meccanismi di gioco. Se a questo si aggiungono le prestazioni insufficienti dei singoli è chiaro che il Milan deve guardare al campionato con grande preoccupazione.

Sono sempre stato dalla parte di Gattuso, ma non posso sottacerne le responsabilità. Per trequarti di stagione ha fatto molto bene in un ambiente che, per me, non lo sostiene, al massimo lo tollera.

Allo snodo cruciale la squadra si è spenta. E  se, come ho sempre detto, l’allenatore rossonero rischiava di essere congedato anche nel caso in cui avesse c’entrato la qualificazione alla Champions, immaginatevi quali sarebbero le conseguenze per lui senza il traguardo minimo (o forse massimo) dell’annata.

Contingenza difficile, gestione pessima. Paquetà non è Kakà, però, dopo l’infortunio, come minimo avrebbe avuto bisogno di mettere un po’ di minuti nelle gambe. Tenerlo in panchina, o preferirgli Calhanoglu, è stato fatale. Comunque non si può affrontare la semifinale di Coppa Italia come fosse un fastidioso intermezzo. La finale non garantiva nulla, ma lasciava intatta la possibilità di alzare un trofeo e conquistare un titolo dopo anni di carestia. 

Invece l’avere puntato tutto sulla Champions potrebbe rientrare nell’ordine delle cose inspiegabilmente azzardate.

Rino adesso è solo. Da qui a domenica sera ancora di più.