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Il regista Bologna: 'Tifo Milan, quanto manca Berlusconi! Inter, sei un'illusa'
Una bellissima giornata di dicembre. Caldo e sole sulla Val d’Orcia, forse colpa del riscaldamento globale. San Casciano dei Bagni è un paese incantato, un grande terrazzo che s’affaccia su uno dei più bei panorami d’Italia. Qui, incontro Filippo Bologna, 40 anni, scrittore, sceneggiatore, regista. Attualmente in testa alle classifiche del botteghino sia con un suo film “Cosa fai a capodanno?” sia con il film scritto per Pieraccioni “Se son rose”. Il suo libro “Pappagalli”, quando fu edito anche in Gran Bretagna, venne considerato dalla critica inglese uno dei migliori libri nel panorama mondiale dell’ anno.

La vedo un po’ “abbacchiato”. Colpa del Milan?
“No! Ci sono abituato. Colpa mia”.

Perché?
“Mi sono cannibalizzato da solo: subito dopo il mio primo film da regista (“Cosa fai a Capodanno?”) è uscito, quasi in contemporanea, “Se son rose” di Pieraccioni, di cui sono lo sceneggiatore. E così mi son fatto concorrenza da solo. Certo, anche il Milan non contribuisce. Ma…ci sono abituato”.

Abituato alle sconfitte?
“No. Al grigiore, alla mediocrità. Anche se appartengo a una generazione di milanisti molto viziata. Non abbiamo forse avuto la più bella squadra italiana del dopoguerra?”.

Glielo concedo. Ma ora?
“Ora appunto, siamo nel grigiore. Ma non è tanto il fatto di una o più stagioni mediocri. È che risulta difficile coltivare una speranza. Facciamo un sacco di fatica per galleggiare. Come quei ragazzini, alle prime armi in piscina, che battono forte, mani e piedi, ma rimangono sempre lì. Fermi. Non vanno da nessuna parte. Galleggiano. La squadra ha soprattutto una cosa: buona volontà. Ma la buona volontà non basta per andare da qualche parte”.

Un milanista rassegnato, dunque.
“Un milanista realista, anche se appassionato. Fanatico mai. D’altra parte ce lo potevamo permettere. Ora, addirittura, salto qualche partita. Anche se mia madre mi rimprovera. Mi chiama, la domenica o subito dopo un anticipo e mi chiede a bruciapelo ‘Che ha fatto il Milan?’. ‘Non lo so mamma’ rispondo con la voce stanca. ‘Ha vinto! Ha vinto 3 a 0’. ‘Contro la Juve ?’, la provoco. No, ha vinto contro il Frosinone, ma io sono ‘un figlio degenere, pigro, senza riconoscenza'”.
Tutti milanisti, in famiglia?
“Tutti. Padre, madre, sorelle, nonni, con l’eccezione di quello paterno, romanista. Partì da mia madre, mezza milanese, anzi no.  Partì da un vecchio falegname che sapeva tutto del meraviglioso trio “Gre-No-Li” di cui ci cantava le gesta omeriche. Mio padre s’incantava ad ascoltarlo, mentre faceva una radiocronaca in differita delle azioni memorabili dei tre”.

E Berlusconi?
“Lo sappiamo. Ha creato un grande Milan, ma, alla fine, è uscito male da una grande avventura. Peccato. Un ottimo presidente, ingombrante certo, che non confondo né con la sua persona, né con la sua politica. Ma quando uno porta la squadra così in alto non si discute. Pensa che i tifosi della Lazio non amerebbero Lotito per uno scudetto? Forse, basterebbe una Coppa Italia”.

Che prospettive ha il Milan?
“Ecco,appunto, non ne vedo. Forse è troppo presto, ma la mia sensazione è che vogliano dargli una riverniciata e venderlo con guadagno. Il mestiere della finanza non è forse questo? È gran parte del calcio moderno che non ci mette la faccia: un fondo d’investimento, il rappresentante d’una cordata, un presidente che sta dall’altra parte del mondo, fa due foto in un derby ed esce mezz’ora prima della fine. Penso che l’illusione d’un presidente appassionato, magari ingombrante appunto, serva ancora”.

Come definirebbe il Milan di oggi?
“Una squadra senza illusioni”.

E l’Inter?
“Una squadra illusa”.
Fernando Pernambuco

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