La Champions dà alla testa. Prima che si giochi, mentre si gioca e dopo aver giocato. Fra Napoli e Inter è successo di tutto e tutto contro loro stesse.

Caso Napoli. Si comincia con una sciocchezza: De Laurentiis ordina il ritiro. La sua squadra ha dominato contro l’Atalanta e ha pareggiato per quel rigore follemente non concesso come dichiarato dallo stesso presidente, non ha giocato bene e ha perso contro la Roma una partita che comunque poteva serenamente pareggiare. Niente, si va in ritiro. Ancelotti gli dice di persona che non è d’accordo e questo va bene. Non va bene quando, alla vigilia di una gara decisiva di Champions, lo dice anche ai giornalisti. Carlo è troppo intelligente, troppo esperto per non conoscere l’effetto delle sue parole. Ecco l’alibi, il pretesto, lo spunto che serve ai giocatori immaturi (eufemismo) per l’ammutinamento. Il Napoli va in campo, tira 29 volte verso la porta del Salisburgo, ma non vince. Il ritiro prosegue. Anzi no, perché i giocatori non vanno a Castelvolturno ma a casa loro. Magari il paragone (soprattutto sul piano economico) non è troppo calzante, ma se un editore ordina al direttore di un giornale di mettere in prima pagina la sua foto e il direttore non vuole, va dall’editore e rassegna le dimissioni, mica va a casa e abbandona il posto di lavoro. Lo abbiamo detto, il ritiro non ha alcun senso, De Laurentiis ha sbagliato, ma è lui che paga quegli stipendi. Se i giocatori non sono d’accordo, devono scontrarsi privatamente col loro datore di lavoro, non aprire un caso gigantesco, grave, gravissimo. Si parla di una squadra che lotta per la zona-Champions e che in Champions è a un passo dagli ottavi. Si parla di investimenti, di stipendi di milioni di euro. Quello che è successo a Napoli è inaccettabile.

Caso Inter. Qui siamo all’assurdo. L’Inter gioca un grande primo tempo a Dortmund e lo chiude sul 2-0. Sparisce nella ripresa e ne prende 3. Arriva Conte e parte all’attacco. Della squadra che si è addormentata, di se stesso che ha sbagliato i cambi? Macché, all’attacco dei dirigenti che non gli hanno preso tutti i giocatori che voleva. Gli stessi dirigenti che lo hanno accontentato cedendo Nainggolan e Perisic (e lasciamo stare Icardi), che hanno acquistato Lukaku per 85 milioni, che hanno preso i migliori giovani sul mercato come Barella e Sensi, per scoprire che, non avendo vinto niente in carriera, non possono essere competitivi nelle “situazioni difficili”. Avvertiamo subito Mancini, tolga immediatamente Barella (che è titolare) e Sensi dalla lista dei 23 azzurri per l’Europeo perché non possono giocarlo, visto che arrivano “dal Cagliari e dal Sassuolo”. Dice Conte: “Stiamo parlando di un gruppo di giocatori che, a parte Godin, nessuno ha vinto niente. Ci sono anche situazioni difficili da gestire. A chi chiediamo? A Barella, che abbiamo preso dal Cagliari? A Sensi, arrivato dal Sassuolo?“. Oh, gli venisse in mente che pure lui in Europa non ha vinto un fico secco, che quella di Dortmund era la sua sesta sconfitta nelle ultime 8 trasferte europee. No, è solo e sempre colpa della società che sul mercato non ha mantenuto i patti. E se è secondo in campionato a un solo punto dalla Juve è un caso, o meglio ancora, è merito della sua bravura e di quella dei suoi giocatori. Ma allora se sono bravi, lui e i giocatori, in Italia e non altrettanto in Europa, spieghi il problema. Con Conte siamo alle solite, dal ristorante da 100 euro senza soldi in tasca (poi è arrivato Allegri e, chissà come ha fatto, quei soldi per sedersi al ristorante da 100 euro li ha trovati subito) all’esame di coscienza dei dirigenti. E’ così. E nessuno lo sapeva meglio di Marotta. Quando la gente si domanda “ma come fa la Juve a vincere sempre?“, sappia che la risposta va cercata non solo nella Juve ma anche nelle sue rivali. La Juve, come al solito, può solo ringraziare.