Nelle principali 5 leghe europee non c’è una squadra come la Juventus. Nemmeno il Real Madrid, nemmeno il Barcellona o il Manchester United. Sono 8 gli scudetti vinti consecutivamente dalla Signora, ed è un nuovo record, un record aggiornato (il Lione dei primi anni 2000 resta a 7). L’unica inseguitrice realmente in corsa è il Bayern Monaco, ma è indietro di un anno. Sembrava quasi fatta per il Dortmund di Favre, poi è arrivata la manita  alla 28esima giornata e il sorpasso ha rilanciato i bavaresi verso il settimo titolo di fila. Il Bayern è sulle tracce di Madama, non molla niente. D’altra parte la Juve ha vinto l’ottavo “con la sigaretta”, senza troppi sforzi. C’è chi sostiene che arriverà facilmente a 10 (o, chissà, magari anche di più..), se le altre pretendenti continuano a illudersi e a illudere. Ma noi in realtà non sappiamo quanto durerà l’incantesimo, perché davvero, d’incantesimo si tratta.
L’ottavo titolo porta con sé un altro record, stavolta individuale: Massimiliano Allegri, centrando il quinto scudetto consecutivo con la Juventus, ha superato se stesso e Carlo Carcano, l’indimenticabile ma ahinoi dimenticato allenatore del “Quinquennio d’oro” bianconero, che di quei cinque campionati vinse i primi quattro, poi fu costretto a dimettersi nel dicembre del 1934. Allegri pertanto è l’unico ad esserci riuscito, in Italia. Il solo. Un risultato personale che deve molto tuttavia a chi lo ha preceduto: Antonio Conte, l’uomo che riportò il tricolore a Torino dopo Calciopoli.   
 
IL CICLO DI CONTE- Anche Conte probabilmente avrebbe vinto quattro o cinque scudetti, ma il suo ciclo iniziato nella stagione 2011/2012 si fermò l’estate del 2014, dopo il terzo. Tra questi due estremi temporali, grandissimo calcio, un unico capolavoro fisico, tattico e mentale, sempre in crescendo.    
 
 
 
2011/2012, IL PRIMO – “Il più desiderato, il più sentito, il più bello di sempre”, così lo descrive il sito ufficiale della Juventus. E in effetti la prima Juve di Conte, quella degli “Invincibili”, viene ricordata spesso con grande emozione dai tifosi bianconeri, sia per l’ondata rabbiosa di orgoglio che fu capace di scatenare, sia per lo spettacolo effettivo visto in campo. Tatticamente parlando, quella Juve arrivò a mostrare un 3-5-2 francamente mai osservato in Italia. Conte all’inizio pensava di poter adottare il suo brillante 4-2-4, ma vi rinunciò presto scivolando dapprima nel 4-3-3, quindi appunto in una particolare interpretazione del 3-5-2, decisamente offensiva. Il problema del 4-2-4 (chiamarlo problema fa sorridere) era Pirlo. Il campione del mondo arrivato in estate a parametro zero dal Milan necessitava di maggior protezione in mezzo al campo. Così Conte ebbe l’intelligenza di adattarsi al talento del regista, virando su un centrocampo a tre (Marchisio-Pirlo-Vidal). L’unico modo allora per non rinunciare ai due attaccanti (il punto di contatto tra partenza e arrivo nel ragionamento del tecnico bianconero) non poteva essere che il 3-5-2. Ecco perché il 4-3-3 fu accantonato. Conte voleva raggiungere sempre la parità numerica con le difese avversarie schierate a quattro, e per ottenere lo stesso effetto del 4-2-4 alzava tantissimo i quinti, i laterali tutta-fascia. Nell’immagine sotto (Cagliari-Juventus giocata a Trieste) si vedono chiaramente i vantaggi di questo tipo di atteggiamento. I difensori avversari erano impegnati sempre nei duelli, non potevan darsi copertura. 



In concreto significava dover affrontare l’intesa del tandem Matri-Vucinic (giocatori peraltro molto attenti e connessi ai movimenti dei compagni), i lanci di Pirlo per i tagli in porta di Lichtsteiner, e in più, l’arma definitiva, gli inserimenti a sorpresa di Vidal o Marchisio. Era un 3-5-2 che poteva trasformarsi facilmente in un 3-3-4 o 3-2-5 durante gli assedi. E quando la Juve cambiava ritmo (ma questo in tutto il triennio di Conte), si aveva la netta sensazione che il gol stesse lì pronto a scattare in automatico. 
 
2012/2013, IL SECONDO - Dopo la novità del primo anno, la Juve di Conte cresce nella stagione 2012/2013, ma con poco. Nessun mercato faraonico, l’assetto non varia. Eppure la Juve è più forte: piazza a sinistra Asamoah, torna Giovinco e, soprattutto, scopre Pogba. Ecco il primo gol del francese in Serie A, contro il Napoli, allo Juventus Stadium. Un tiro al volo col “piede sbagliato” che lasciò tutti a bocca aperta. Incantano ancora la coordinazione, la precisione, il mix di forza ed eleganza così tipicamente francese. Semplicemente, in Italia non c’era nessuno in grado di fermarlo. 



Giovinco (alternato ai soliti Matri, Vucinic e Quagliarella) diede all’attacco soluzioni nuove (più “atomiche”), e aprì la strada, con la sua interpretazione del ruolo da seconda punta, al futuro: l’idea Tevez maturò infatti per l’ anno successivo.   
 
2013/2014, IL TERZO – Nell’estate del 2013, assieme all’argentino, arrivò una torre vera, Llorente. La Juve si rifaceva l’attacco, confermando in blocco i reparti di difesa e centrocampo, sempre più performanti. La media gol della prima classificata toccò i 2,10. Nel 2011/2012, per intenderci, era 1,79; nella stagione di mezzo 1,87. Tevez e Llorente portarono secchiate fresche di gol (16 lo spagnolo, 19 Carlitos). La classica coppia complementare: quello piccolo non proprio bellino e il gran fusto di Pamplona, uno tecnico e veloce l'altro abile nel gioco aereo. È la stagione dei 102 punti, quella in cui si attaccava l’area della seconda in classifica (la Roma di Garcia) in questo modo selvaggio, quasi orgiastico.    



IL CICLO DI ALLEGRI- Dopo il terzo successo consecutivo, a ritiro iniziato, Antonio Conte rescinde il contratto e diventa di lì a breve il CT della Nazionale. Il nome di Allegri viene accolto fra tante perplessità, ma Allegri, si sa, nel casino, lui, ci sta bene. È un momento delicato: Pirlo ritrova il tecnico che lo aveva lasciato partire dal Milan. Cosa succederà tra i due? Convivono solo per un annetto, ma vincono assieme il quarto scudetto, la Coppa Italia e vanno persino in finale di Champions. È iniziato il ciclo di Allegri; e durerà parecchio..
 
 
 
2014/2015, IL QUARTO- Col nuovo allenatore si assiste a una graduale rivoluzione tattica. Allegri inizialmente conferma il 3-5-2 di marca contiana, ma piano piano passa a un modulo che gli è da sempre più congeniale: il 4-3-1-2, difesa a quattro (Evra rinforzo a sinistra) e rombo a centrocampo. Lo faceva al Cagliari e nel Milan dello scudetto (2010/2011), sfruttando nel ruolo di trequartista giocatori più muscolari che di fantasia. Nella Juve ha già Vidal, gli prendono pure Pereyra. In questo modo anche Marchisio trova più spazio da mezzala destra. Un altro giocatore chiave della stagione è indubbiamente Morata (8 gol e 5 assist in campionato, ma ben 5 reti in Champions). Lo spagnolo, in prestito dal Real Madrid, scalzerà via via Llorente, andandosi a sistemare in coppia d’attacco con Tevez. Nel 4-3-1-2 di Allegri servivano attaccanti dinamici.  
 
2015/2016, #HI5TORY- Smaltita la sbornia del doblete (la Juve non vinceva da 20 anni la Coppa Italia) e soprattutto mandata giù la delusione della finale di Champions di Berlino, persa 3-1 contro il Barcellona, la squadra di Allegri subisce un corposo rinnovamento. Partono Pirlo, Tevez, Llorente e Vidal, in compenso sbarcano a Torino Alex Sandro,  Khedira, Cuadrado, Mandzukic e Dybala. A posteriori si capisce meglio tutto quanto;  non era un semplice svecchiamento, era un ricambio di qualità. Marchisio prese il posto di Pirlo in cabina di regia, il tedesco Khedira ebbe l’altrettanto difficile compito di sostituire il guerriero Vidal. Fu tuttavia il reparto d’attacco a venire maggiormente stravolto: gran parte delle responsabilità vennero affidate a un campione affermato e a un ventunenne dal tocco magico. Mandzukic e Dybala furono la nuova coppia vincente dei bianconeri. E Cuadrado a destra faceva un po’ il jolly.
 


Ci misero un pochetto però ad ingranare. Tutti quanti. Addirittura uscirono sconfitti la prima in casa, una cosa che non era mai accaduta. Il quinto scudetto infatti è ricordato come lo scudetto della grande rimonta, di quando Dybala e compagni risalirono la classifica dopo i primi mesi d’incertezze e scivoloni, come ad esempio la sconfitta di Reggio Emilia (28 ottobre, Juve a -11 dalla vetta, undicesima). Fu proprio l’1-0 inflitto dal Sassuolo di Eusebio Di Francesco (il Sassuolo che conquistò l’Europa League) a determinare l’inversione di tendenza. I nuovi arrivati dovevano comprendere il valore, il significato di quella maglia. Il peso di una sconfitta alla Juventus. E dalla partita successiva, il derby col Torino, i bianconeri iniziarono una rimonta pazzesca. Fino al famoso gol di Zaza in Juve-Napoli (1-0), gara che lanciò per la prima volta in testa alla classifica Madama (13 febbraio 2016). Nelle ultime 25 giornate la Juventus conquistò 73 punti sui 75 a disposizione. Per 10 gare consecutive non subì un gol. Merito di un grande Buffon, naturalmente, ma anche di una difesa a tre riproposta al momento giusto, quando serviva ritrovare solidità. La sempre più gloriosa BBC viveva forse il suo apice.     
 
2016/2017, #LE6END- Scritta la storia, eguagliate le gesta del Quinquennio d’oro (1930-1935), i ragazzi di Allegri entrarono a pieno titolo nella leggenda vincendo il sesto scudetto consecutivo nella stagione 2016/2017. Sei scudetti di fila in Italia non li aveva mai vinti nessuno. Per farlo, bisognava alzare l’asticella di nuovo, diventare più forti di prima e soprattutto, indebolire le dirette concorrenti. Arrivò dal Napoli El Pipita Higuain. Il capocannoniere argentino aveva appena segnato la bellezza di 36 reti in 35 partite. In bianconero il primo anno ne segnerà certamente meno, ma comunque un discreto numero (24). Dalla Roma, invece, la Juve acquistò Pjanic. Il bosniaco diventerà con Allegri il giocatore che era stato sempre sul punto di essere, senza mai esserlo davvero. Un grande regista, un giocatore continuo. Ma non è finita qui, perché il mercato estivo ‘regalò’ alla Juve anche un certo Dani Alves e Benatia. 



Con le dovute differenze, anche in questa stagione, come nell’anno precedente, fu importante una sconfitta. Al kappaò di Firenze del 15 gennaio (2-1 per i viola di Paulo Sousa), Allegri reagì spiazzando tifosi e addetti ai lavori la partita dopo. Archiviato il 3-5-2, il 22 gennaio varò allo Juventus Stadium il modulo “cinque stelle”: in campo, quel giorno, la Lazio si trovò di fronte praticamente tutti i campioni bianconeri. Dybala e Higuain, Mandzukic, Cuadrado e Pjanic. Il modulo scelto era il 4-2-3-1. E con questo schieramento raggiunse ancora una volta la finale di Champions. Ma lì andò malino col Real (1-4).  
 
2017/2018, #MY7H- La leggenda si trasformò presto in mito nel corso della stagione successiva, quella targata 2017/2018. Nuovi volti contribuirono alla conquista del settimo scudetto consecutivo. Penso in particolare alla saetta Douglas Costa, alla mezzala Matuidi, al cambio di maglia impegnativo di Bernardeschi. Giocatori che riempirono il vuoto d’affetto causato dalla partenza improvvisa di Bonucci. Quello del centrale difensivo fu nella sostanza un arrivederci, ma allora ebbe tutto l’aspetto di un addio.  Se ne andò pure Dani Alves a inizio anno, la sua però era una storia molto diversa, tangente il mondo Juve. In ogni caso gli acquisti estivi andavano tutti in una direzione precisa: Matuidi, Douglas Costa, Bernardeschi volevan dire 4-3-3. E se il francese era la mezzala sinistra che serviva, un corridore instancabile, pronto a soccorrere Pjanic nel momento del bisogno, Douglas Costa era l’esterno iper-tecnico e iper-veloce adatto quasi esclusivamente a giocare in un tridente. Lo “spacca-partite”, l’uomo che entra nella ripresa e ti cambia il match. Nelle gare decisive Douglas Costa giocò comunque spesso titolare. Penso al Bernabeu ma anche al 2-3 di San Siro contro l'Inter. Dybala ormai non era più un titolare indiscusso. Era “soltanto” un’opzione, un asso nella manica di Allegri al pari di (quasi) tutti gli altri.     



2018/2019, #SCUDEIGHT- Ed eccoci all’oggi, allo "scudotto", l’ottava meraviglia. Chiamatelo pure scudeight se vi suona comico all’italiana. D’altronde è la Juve dell’alieno, c’è ben poco da ridere. La Signora si presenta al Bentegodi per la prima di campionato con un tridente formato da Dybala, Douglas Costa e Cristiano Ronaldo. Sì, proprio lui, CR7 in carne ed ossa. È successo qualcosa di incredibile, la star inarrivabile del Real Madrid è approdata finalmente in Serie A. Si può vedere da vicino adesso, si può comprendere meglio la sua straordinaria grandezza. Tutto questo nell’anno in cui il mito Buffon lascia la Juve, e con lui un’altra bandiera, Marchisio. È Szczesny ora il portiere titolare bianconero, dopo una stagione di transizione fondamentalmente all’ombra dell’ultimo Gigi. Ma nella Juve, per l’ottavo titolo, a inizio stagione, sono arrivati anche il terzino Cancelo, Spinazzola, e pure un altro tedesco, Emre Can. Se ne sono andati tuttavia il Pipita, Asamoah e Lichtsteiner. Gente pluridecorata. Più umile, infine, è tornato Bonucci.
Nei primi mesi il problema di Allegri è trovare un gioco adatto al suo nuovo, unico gioiello. Un gioco più che un modulo (i riferimenti principali restano ancora il 4-3-3 e il 4-3-1-2, con un ritorno occasionale alla difesa a tre). Ben presto il tecnico bianconero si accorge che Ronaldo ha bisogno di Mandzukic, una spalla vagamente alla Benzema, che ricopra cioè certe funzioni specifiche (anche se i due sono quasi agli antipodi per stile e atteggiamento). Il fatto è che se c’è Mandzukic in area, i difensori avversari non guardano al solo Ronaldo, perché sono impegnati a gestire anche la mole del croato. E data l’indisponibilità pressoché continua di Douglas Costa, e la fatica di Dybala ad adattarsi al ruolo di “tuttocampista”, ad approfittarne è il sempre più versatile Bernardeschi. Allegri ormai lo piazza dappertutto: in attacco, a destra prevalentemente, ma anche a sinistra (vedi nel secondo tempo di Juve-Atletico Madrid), e a centrocampo persino, nel ruolo di mezzala. Nell’ultimo periodo, insieme a Kean, ha fatto pure la seconda punta, quando sua maestà e Mandzukic erano a riposo.  In ogni caso nei momenti veramente importanti della stagione, la Juve dell’ottava meraviglia si è schierata così: con Mandzukic e Ronaldo intercambiabili tra centro e centro sinistra del tridente e Bernardeschi a destra, pronto eventualmente a entrare dentro al campo, sotto le due punte.