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Juve e Milan, ricordatevi di Panatta e coloratevi il viso con un rossetto
È deciso e indietro non si può tornare. Malgrado le tardive e un poco farisaiche proteste persino della nostra classe politica, la legge del petrodollaro e delle connivenze sotterranee avrà la meglio sui diritti umani e sulle regole più elementari di democrazia e libertà. Juventus e Milan si contenderanno nello stadio di Gedda la Supercoppa italiana in una gara che, non soltanto per il buon senso, avrebbe potuto e dovuto svolgersi per esempio a Palermo. A fruire dello show televisivamente planetario sarà dunque un Paese del mondo, l’Arabia Saudita, nel quale vengono puntualmente e violentemente calpestate le più elementari regole di convivenza politica, sociale e religiosa. Si tratta dell’antipasto che precederà la grande abbuffata mondiale di calcio in cartellone nell’altrettanto lugubre Qatar.

Juventus e Milan con atteggiamento ponziopilatesco, si dicono “vittime” innocenti di una scelta presa sopra le loro teste e, anche se lasciano intendere che la cosa non è di loro gradimento, si adeguano senza eccessivi turbamenti etici. Del resto è perfettamente inutile fare le anime candide in una società globale sempre più interessata al profitto e sempre meno guidata da remore di carattere interiore. Non è comunque la prima volta e non sarà neppure l’ultima che anche lo sport si genuflette davanti agli interessi dimenticandosi della sua originale funzione socio-educativa.

Juventus e Milan, comunque, son sono due entità astratte ma altrettanti gruppi composti da uomini provvisti di ragionamento e di propositi mediamente lodevoli. Quegli stessi giocatori i quali, in Italia, un giorno hanno deciso di scendere in campo con sul viso un segno distintivo di protesta ideologica e a favore del genere femminile vittima di brutture assortite. Non un semplice gesto formale, ma un urlo di denuncia che ha fatto il giro del mondo. Un segno di crescita anche culturale con il quale è stato dimostrato che ciascuno di noi, nel suo piccolo ma anche nel suo grande di personaggio, può offrire il proprio contributo contro le scelleratezze e i soprusi. Per quel che riguarda il nostro Paese e lo sport "impegnato", è già passata alla storia la vicenda scritta nel 1976 da Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli i quali per vincere la prestigiosa Coppa Davis dovettero andare a giocare la finalissima a Santiago nel Cile dove in tre anni il generale Pinochet aveva ridotto il Paese in una sorta di lager a cielo aperto con una gestione del potere tra le più feroci e sanguinarie della storia. Una spedizione, quella azzurra, che provocò non poche perplessità e turbamenti non solo nell’opinione pubblica ma persino nel premier di allora, Giulio Andreotti. Alla fine, con il placet non dichiarato di Berlinguer, venne stabilito che quell’incontro si doveva fare.

Ero all’inizio della mia professione. Tre anni prima, ad Algeri nel mese di settembre, avevo incontrato e intervistato Salvador Allende. Rammento che mi disse di essere molto preoccupato per le sorti del suo Cile non allineato che dava fastidio agli Stati Uniti, ma che per difendere la democrazia e gli ideali di libertà non avrebbe esitato un solo attimo a mettere in gioco la sua stessa vita. Cinque giorni dopo Salvador Allende veniva assassinato nel Palazzo della Moneda a Santiago. Ebbene fu quasi un viaggio sulla luna quello fatto tre anni dopo in un Paese blindato e sanguinante per ritrovarmi in quel piccolo stadio per il tennis a osservare i nostri ragazzi che giocavano e vincevano con addosso una maglietta color rosso fuoco. La tinta delle gonne e delle camicette con le quali tre giorni prima avevano tentato di scendere il piazza le donne di Santiago rese vedove e orfane dalla dittatura. Un gesto, quello di Adriano Panatta e dei suoi compagni, che fece più rumore di quanto sarebbe riuscito a provocarne un eventuale rifiuto di giocare.

Prendendo spunto da questa storia esemplare, i giocatori della Juventus e del Milan hanno l’opportunità di dare un senso compiuto alla loro presenza a Gedda in maniera non violenta ma sanamente chiassosa. Basterà che ciascuno di loro, nello spogliatoio e prima di scendere in campo, usi il rossetto per dipingersi una guancia del viso con il rosso. Nessuno e nulla potrà vietare quella scelta che tutti e tutto il mondo potranno vedere e apprezzare.
Marco Bernardini

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