Cento anni fa, a Cassano d’Adda, nasceva Valentino Mazzola. Nome e cognome che, ancora oggi, mettono i brividi a tutti gli appassionati di calcio e anche a coloro i quali di pallone sanno poco ma conoscono cosa significa una leggenda. E fu proprio in quell’impalpabile simbolo eterno che lui si trasformò, suo malgrado, insieme con i suoi compagni e altri amici in un pomeriggio di tuoni e di fulmini nel cielo sopra Torino. L’aereo sul quale viaggiavano i ragazzi del Grande Toro si schiantò sul fianco della basilica di Superga dove dormono re e regine. Nessuno si salvò dal rogo. L’Italia e il mondo intero ammutolirono. Erano lacrime, non gocce di pioggia, quelle che rigarono le gote della folla oceanica che sostava al bordo delle strade per l’ultimo disperato applauso ai campioni di un’intera nazione. 

Valentino Mazzola aveva trent’anni ed era il capitano di quella squadra che il presidente Ferruccio Novo aveva saputo assemblare in modo così perfetto da renderla invincibile. Erano loro, i granata del tremendismo sportivo, gli eroi della domenica. Non bastava. Il festino aveva scritto che sarebbero diventati miti. Per farlo usò le maniere più forti e definitive del lutto e della disperazione come cemento con il quale edificare il tempio dedicato all’eternità. 

Ora dormono tutti insieme nel cimitero Monumentale di una città la quale è diventata lei stessa simbolo della storia del calcio in virtù di quel volo sacrificale non richiesto ma scritto nel copione umano al capitolo grande tragedie. Anche il capitano riposa in quel luogo di culto laico per una decisione, presa allora, che fece “scandalo” perché contraddisse chi voleva che le spoglie di Valentino Mazzola fossero tumulate nel paese dove era nato. Una scelta irrinunciabile. Non potevano venir separati i fratelli granata. La voce del capitano le terrà uniti per sempre proprio come capitava quando, in campo al Filadelfia, il gioco un poco stagnava. Valentino si rimboccava le maniche della maglia, dalla curva arrivava il suono di una tromba a suonare la carica e i ragazzi in granata scatenavano l’inferno. La leggenda continua e non smetterà mai di affascinare. 

Oltre al mito c’era anche l’uomo. Per fortuna. Un uomo talvolta “difficile” proprio come la sua vita di bambino e poi di ragazzo era stata. Forgiato dalle martellate di un’esistenza povera e tribolata che, con la morte del padre, era diventata addirittura “affamata” tanto che il giovanissimo Valentino fu costretto a lasciare la scuola elementare per contribuire con il lavoro a sostenere la famiglia. Da  casa alla bottega del fornaio e ritorno prendeva a calci tutto ciò che gli veniva a tiro. Lo chiamavano “tulen” per via delle lattine che colpiva, di destro e di sinistro. Anche piccolo eroe, però. Per destino. A dieci anni si butta nel fiume Adda per salvare un ragazzo più grande di lui che stava affogando. Si chiamava Bonomi e sarebbe diventato centravanti del Milan. E’ davvero buffa la vita. 

Nascono e si formano così gli “uomini tutti di un pezzo”. Capitani fin da piccoli e magari un poco esagerati. Anche nella propria casa dove ogni cosa deve funzionare come un orologio svizzero. Riservato, chiuso, di poche parole, unica distrazione qualche partita alla bocciofila del suo quartiere, scriveva ogni piccola cosa professionale e privata su un quaderno che nessuno poteva toccare, cena alle sette e mezza senza mai sgarrare. La moglie, Emilia, che gli aveva dato i due figli maschi  Sandro e Ferruccio non resse. La famiglia non poteva essere una caserma. Fatale la separazione. Lui, probabilmente, aveva capito la lezione ma era troppo tardi. 

Sicuramente avrebbe fatto fare una vota diversa alla diciannovenne Giuseppina, aspirante miss, della quale si era innamorato e che aveva sposato a Vienna creando il primo caso di “scandalosa bigamia” e precedendo il “caso” di Coppi e della sua Dama Bianca. Una relazione tribolata e sofferta soprattutto da Sandro e da Ferruccio contesi dai genitori colpi di carte da bollo. Un matrimonio “illecito” destinato a durare un soffio. Venne celebrato il 20 aprile del 1949. Il 4 maggio Valentino morì nel rogo di Superga. Dalle ceneri di un uomo nasceva la leggenda. 

P.S. 
La bandiera juventina Boniperti gli rende omaggio: "Era il migliore di tutti, è stato il mio modello e mi manca". Oggi pomeriggio al Filadelfia si gioca un triangolare della categoria Pulcini 2008 tra Torino, Inter e Venezia: il figlio Sandro Mazzola accompagna in campo suo nipote Valentino, 11 anni. Che storia.