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La verità sull'omicidio di Cucchi e quei momenti di festa con la sua Lazio
Non sempre tutti i nodi vengono al pettine, ma talvolta accade che ciò avvenga. E quando succede dovremmo tutti quanti esprimere la nostra gratitudine e il nostro sincero plauso verso coloro i quali, non importa se spinti dal rimorso oppure da improvvisa presa di coscienza, hanno provveduto per fare in modo che la verità e la giustizia avessero la meglio sulla menzogna e sull’affossamento.

Il carabiniere che ha avuto il coraggio di denunciare alcuni suoi colleghi davanti ai giudice di un tribunale non solo ha fatto il suo dovere di servitore dell’Arma più nobile, ma con quel gesto si è riappropriato della sua dignità di uomo che aveva mortificato tacendo. Così è stato squarciato il  velo nero che per dieci anni ha mascherato la verità nascosta su un vergognoso delitto di Stato consumato sulla pelle di un giovane uomo di trentuno anni a suo tempo dichiarato morto per “cause naturali” anziché, come ora viene alla luce, per le botte ricevute dai rappresentanti della legge.

Stefano Cucchi non era un santo. Faceva parte di quell’ esercito di fantasmi definito degli “ultimi” i quali avendo poco e nessun peso per la logica della produttività e del consumo sopravvivono alla quotidianità come se fossero trasparenti. E quando, per un caso accidentale, ci si accorge della loro presenza le mani di chi li agguanta si sentono in diritto di usare ogni tipo di violenza nei confronti di chi tanto “non esiste”. Stefano non era un modello di virtù. Caduto nella rete della dipendenza che permette di farsi una ragione su tutto e su tutti, condivideva la vita con i suoi demoni interiori i quali, però, erano certamente meno violenti e aguzzini di quelli in divisa.
Stefano Cucchi, sempre più spesso, trovava momenti di serenità e di svago andando allo stadio Olimpico di Roma per mischiarsi ai tifosi della Lazio. La squadra che aveva imparato ad amare attraverso i racconti di suo nonno e alla quale aveva deciso di regalare il suo cuore disorientato e sofferente. Andò in strada a fare festa, con un’aquila sul braccio, il giorno in cui la squadra di Lotito vinse, a Pechino, la Supercoppa battendo l’Inter. Aveva partecipato ai funerali di Gabriele Sandri, detto”Gabbo”, anche lui tifoso laziale ucciso in automobile da un proiettile sparato dall’agente di polizia Spaccarotella sulla piazzola dell’autostrada A1. Era il 2007 e un anno dopo Stefano Cucchi sarebbe morto in seguito alle botte ricevute dopo il fermo nella caserma dei carabinieri.

L’intera e ignobile vicenda ha poco e nulla a che fare con lo sport e con il calcio giocato. Eppure può e anzi dovrebbe spingere a una riflessione su ciò che ruota intorno allo sport e al calcio giocato perché a ben vedere i protagonisti bene o male sono sempre gli stessi. Ragazzi delle curve, rappresentanti dell’ordine pubblico, una giustizia spesso distratta se non addirittura deviata e deviante nei confronti di coloro che contano poco o addirittura nulla.  Stefano in quanto “ultimo” apparteneva, anche dentro la stadio, al “branco” composto da “ultimi” come lui. Quelli che vengono strumentalizzati dai leaders delle curve  i quali “ultimi” non sono perché vantano contatti e conoscenze importanti. 

Sono i “bravi ragazzi” di mafiosa memoria italo-americana che dettano legge e impartiscono disposizioni trasgressive le quali, come nel caso recente della Juventus, portano alla squalifica dei settori ultras. La giustizia, in questo caso quella sportiva, agisce secondo regola. Ma a pagare sono i “gli ultimi e cattivi” come era Stefano. Mai i “bravi ragazzi” del clan. Fino al giorno in cui a qualche “soldato semplice” non verrà il sano desiderio di denunciare facendo nomi e cognomi. Per una giustizia finalmente giusta come quella che spetterà ora a Stefano Cucchi e alla sua coraggiosa famiglia. 

Marco Bernardini

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