Chi è stato il miglior allenatore italiano del 2018? La risposta più facile è Allegri. Ha vinto lo scudetto, la Coppa Italia e si è qualificato per gli ottavi di Champions. Oppure potremmo dire Sarri, che ha stabilito il record di punti nella storia del Napoli rincorrendo per tutto l’anno una squadra irraggiungibile e che ora sta facendo discretamente a Londra. Altrimenti Gasperini, per aver dato vita a una creatura straordinaria, e lo stesso potremmo dire di Giampaolo.

Non possiamo sostenere la candidatura di Ancelotti, che è tornato fra noi con la sua nota umiltà, perché i primi sei mesi li ha trascorsi a pescare salmoni in Canada e, per ragioni cronologicamente opposte, dobbiamo cancellare il nome di Di Francesco il cui primo semestre è stato fantastico, ma quest’ultimo assai
complicato. Simone Inzaghi ha dato al 3-5-2 un’anima offensiva, anche se poi ha perso il posto per la Champions in casa, Spalletti raramente ha fatto giocare l’Inter come faceva giocare la Roma (bene e talvolta molto bene), Gattuso ha tolto dai guai il Milan nella prima metà del 2018 mentre nella seconda metà ha una squadra piena di contraddizioni; Mazzarri ha fatto quanto c’era da aspettarsi, forse qualcosina in più; Pioli è stato capace di trasformare una tragedia in energia positiva, confermando le sue qualità umane; Semplici ha raggiunto un altro successo con la Spal salvandola nel campionato scorso e anche in questo oggi sarebbe salvo. Dopo la leggenda di Leicester, Ranieri non ha fatto male a Nantes, ma è tornato da poco in panchina, su quella del Fulham (certo che se riesce a salvarlo fa quasi il bis di Leicester, quasi...). Infine, per restare in Inghilterra, Conte è stato esonerato. E allora, a chi assegnare l’oscar del 2018? Per noi a Roberto Mancini. Nel calcio, come nella vita, si dovrebbe sempre avere memoria di ciò che si dice, si pensa e, nel nostro caso, di ciò che si scrive. E visto che per fortuna la memoria regge ancora, ricordiamo perfettamente quello che pensavamo a scrivevamo dopo Portogallo-Italia 1-0 del settembre scorso. Quella sconfitta ci sembrava allora come una nuova tristissima tappa del processo di dissoluzione del calcio italiano, credevamo fosse impossibile riprenderci dall’eliminazione dal Mondiale, rischiavamo la retrocessione nella Nations League, l’azzurro era diventato nero, avevamo obiettivi minimi, eravamo dentro una cupa depressione. La stampa italiana era preoccupata. Non vedeva il futuro.

Mancini in quei giorni appariva invece fiducioso, seppure non riuscisse neppure lui a contagiare questa speranza. Non c’erano i risultati, non c’era il gioco. Poi è arrivata una banale amichevole, quelle che storicamente ci deprimono, contro l’Ucraina a Genova, l’abbiamo pareggiata ma giocando bene. Un caso? Boh, staremo a vedere. Dopo l’Ucraina la vittoria in Polonia, contro la nazionale di Lewandowski, per la Nations League, con una partita entusiasmante sul piano del gioco. Ci sentivamo già meglio. Subito dopo il pareggio col Portogallo, che equivaleva alla salvezza nella Lega europea, ma ancora una volta col gioco, con lo spettacolo. Il 2018 si è chiuso con la vittoria in amichevole sugli States con una Nazionale sperimentale che ha giocato bene, da squadra.
   
Mancini ha restituito fiducia al calcio italiano e per questo lo premiamo idealmente come il miglior tecnico dell’anno solare. Avevamo niente in mano, adesso pensiamo ai giovani che crescono come Chiesa, Bernardeschi, Barella e Zaniolo, alla garanzia della difesa con un nuovo/vecchio De Sciglio (di questo va ringraziato Allegri), alla ricchezza del centrocampo col vero Verratti (mai visto giocare in Nazionale con il rendimento di quest’ultimo periodo) e con l’autorevole (come non era prima) Jorginho. È vero, non facciamo gol. Ma prima non lo facevamo perché non riuscivamo a produrre occasioni vere, limpide; adesso i gol non arrivano perché il miglior centravanti italiano, Ciro
Immobile, non riesce ancora a raggiungere in Nazionale il livello della Lazio.
   
Per Mancini sarà più importante il 2019 rispetto all’anno che ci ha
appena lasciato
. Ci giocheremo la qualificazione a Euro 2020 e non
possiamo sbagliarla. E prima ancora non possiamo perdere il gioco che
finalmente è tornato nelle partite della Nazionale.