Seguo Devis Mangia con grande attenzione e da molto tempo, cioé almeno da quando allenava il Varese, ovvero il 2004, l’inizio del secondo millennio. Tra i professionisti ha guidato una decina di club più la Nazionale Under 21 che ha portato alla finale del campionato d’Europa, persa 4-2 con la Spagna. Da c.t. degli azzurrini, Mangia ha raccolto 14 vittorie in gare ufficiali, un pareggio e tre sconfitte. Poi se ne è andato in serie B (Spezia, Bari e Ascoli) perché la Federcalcio gli offriva uno stipendio ridicolo. Poteva fare meglio, cioé tornare in serie A, da dove lo aveva cacciato il diabolico Maurizio Zamparini che ad agosto 2011 gli affidò il Palermo e a dicembre glielo tolse, nonostante Mangia avesse fatto venti punti in quindici gare. Sarà perché è sacchiano (in principio era il 4-4-2), sarà perché ha fatto la gavetta (Tritium, Ivrea, Valenzana), sarà perché si è imposto da giovane e sconosciuto (a Palermo lo aveva portato il ds,  Sogliano, e allenava la Primavera), ma a me Mangia sta così simpatico che lo stimo a prescindere.

Tuttavia nemmeno io sapevo che fosse stato per un giorno o poco più allenatore del Milan. A me lo disse un suo ex giocatore, Luca Antonini, durante una pausa di una trasmissione televisiva a Sky. Prima di raccontare, Mangia premette: “A me lo disse Galliani, ma quando la possibilità era sfumata, quando la porta si era chiusa, ammesso che sia mai rimasta aperta. Di certo non sono rimasto deluso perché, avendolo saputo dopo, non ho avuto neanche il tempo di pensarci”.

Quando accadde?
“Se ricordo bene deve essere stato il 2013-2014. Tutto nasce nel momento in cui Massimiliano Allegri ha la possibilità di passare dal Milan alla Roma. In casa Milan c’erano idee differenti: Galliani voleva continuare con Allegri, ma l’allenatore sembrava risoluto ad andare. Il presidente Berlusconi pensava a Seedorf che, però, giocava ancora. Fu a quel punto che saltò fuori il mio nome. Non so se alla fine mi avrebbero offerto davvero la panchina, fatto sta che Allegri rimase”.

Ora Mangia è al suo secondo anno in Romania, allenatore del Csu Craiova con il quale - ironia della sorte - prima è stato eliminato dal Milan nei preliminari di Europa League, poi è arrivato terzo in campionato (“non accadeva da ventitré anni”), quindi ha conquistato la Coppa di Romania (“non accadeva da venticinque anni”). Insomma Mangia è andato, ha visto e ha vinto, anche se in Italia pochi lo sanno (come mai l’Associazione allenatori non ha provveduto a premiarlo come ha fatto per altri italiani vincenti all’estero?), il suo patron gli ha allungato il contratto fino al 2021, consigliandogli di allargare lo staff con molti tecnici e preparatori italiani.
“All’inizio mi sono portato l’allenatore in seconda e il preparatore atletico. Poi il presidente voleva un preparatore che si dedicasse al recupero post gara e mi disse: chiama un italiano. Più avanti mi ha chiesto un video analista e mi ha detto: porta un italiano. Infine se ne è andato il preparatore dei portieri e lui ha insistito con un altro italiano. Adesso nello staff siamo in nove. A maggioranza italiana, visto che l’ha voluto il presidente, poi due romeni e un bulgaro”.

Con i calciatori come vi esprimete?
“Io ho sempre parlato in inglese, adesso mi arrangio anche con il romeno. Però l’italiano lo capiscono quasi tutti. Pigliacelli, il portiere, è ovvio, ma anche tanti calciatori che sono passati da noi”.

Attualmente il Csu Craiova è terzo a quattro punti dalla prima. il Cluj, in un campionato di 14 squadre che prevede i play off. Qual è il livello del calcio romeno?
“I primi tre-quattro club sono paragonabili alla alta serie B italiana o a quelle squadre che lottano per salvarsi in serie A. Cluj e Steaua Bucarest (Fcsb n.d.r.) sono le più forti, anche perchè hanno mezzi rilevanti”.

Il vostro obiettivo?
“Consolidarci al vertice della classsifica in modo da lottare stabilmente con il Cluj e la Steaua. Questo è l’obiettivo sportivo, ma ce n’è uno anche economico, cioè quello di valorizzare e vendere giocatori. Noi abbiamo un budget di 6 milioni e mezzo di euro, ma quest’anno abbiamo venduto calciatori per 5 milioni e mezzo”.

Dove li piazzate?
“In Russia, allo Slavia nella Repubblica Ceca, in Belgio al Genk, anche in Cina. Abbiamo qualche giovane molto interessante, tre dei nostri sono anche in Nazionale, il resto gioca all’estero”. Che realtà è quella del Csu?
“Una realtà nella quale si può fare calcio. Se si parla di progetti, si comincia a realizzarli. I primi soldi che si spendono sono in genere per il centro sportivo, campi, palestre, attrezzature moderne e di qualità. Quello è il punto di partenza. Poi viene lo stadio. Noi ne abbiamo uno di livello europeo da trentamila posti, bellissimo. Si avverte che c’è legame tra amministrazione pubblica e club”.

Rapporti con il suo presidente?
“Ottimi, si capisce. Io mi interfaccio unicamente con lui, perché non vuole direttori sportivi. A volte è un po’ faticoso mettersi nell’ottica di fare il dirigente, ma è bello vedere che quanto promesso viene  rispettato per intero”.

Lei non è ancora entrato nell’ottica di tornare?
“Non escludo niente, ma vivere all’estero mi piace. Dopo l’esperienza con l’Under 21, forse perchè si viaggiava molto, avevo maturato l’idea di provare a fare l’allenatore in un contesto diverso dall’Italia. Avevo il limite della lingua, ma l’inglese mi ha aiutato e il resto sta venendo da solo”.

Allora può dire di stare bene a Craiova?
“Certamente. E sto bene perché sono in una società che vuole crescere e step by step si pone degli obiettivi. L’importante è evitare la stagnazione, se ci si ferma, non mi diverto”.

Cosa dovrebbe proporle un presidente di club italiano per convincerla?
“Non ho neanche il coraggio di pronunciare la parola progetto. E non dico nemmeno che mi interesserebbero solo offerte dalla serie A”.

Piuttosto?
“Piuttosto una cosa. Prima di lasciare il Craiova e un presidente come quello che ho, dovrei pensarci bene, ma molto bene. Ripeto: qui si può ancora fare calcio e un allenatore chiede solo questo”.

@gia_pad