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Napoli-Roma, il derby 'del Sole': ecco come finì lo storico gemellaggio del tifo
Contrapponendosi all’asse degli scudetti e del potere, ovvero la Milano-Torino del pallone italiano, Roma e Napoli sono divise da una rivalità che ha vissuto fasi alterne ma è sempre stata comunque viva tanto che la sfida tra giallorossi e partenopei è stata etichettata come «Derby del Sud», o anche «del Sole», e ha avuto negli anni 80 il suo periodo di maggior picco, quando oltre al blasone c’era spesso di mezzo anche il primato della classifica. 

Non è un caso che in quel decennio la Roma di Dino Viola e il Napoli di Corrado Ferlaino abbiamo timbrato insieme tre scudetti, arrivando a sfiorarne almeno un altro paio. Era quella la Roma di Falcao prima e Cerezo poi, il Napoli di Krol prima e di Maradona poi, squadre che avevano una potenza di fuoco che non sfigurava affatto contro la Juve del Trap, il Milan di Sacchi e l’Inter dei tedeschi.

A quei tempi le tifoserie di Napoli e Roma erano persino gemellate (I telecronisti nei servizi andavano in automatico: «il popolo giallorosso/o partenopeo accorso numeroso al seguito della propria squadra»), a testimonianza che sentivano di far parte del fronte di una possibile rivoluzione. Il gemellaggio ebbe fine il 25 ottobre del 1987, in un Roma-Napoli carico di tensioni: Roma in vantaggio 1-0 con Pruzzo, doppia inferiorità numerica del Napoli (espulsi Careca e Renica), pareggio partenopeo con Francini, botte in campo, Bagni che fa il gesto dell’ombrello sotto la curva giallorossa (a niente servì scusarsi ripetute volte), rottura definitiva tra le due tifoserie. I
In realtà il rapporto era già compromesso da tempo e lo sarà sempre di più negli anni a seguire, tanto che Napoli-Roma - e viceversa - è stata spesso una «partita a rischio» anche per le forze dell’ordine con il più drammatico degli epiloghi (la morte del giovane Ciro Esposito) nella Coppa Italia 2014. Ma erano quelli - e ci riferiamo agli anni 70 e 80 - tempi diversi, più sentimentali e ruspanti.

lampi della memoria ci riportano a un gol di Pellegrini (Napoli-Roma 1-0 del 1978) quando in panchina - di legno e lamiera erano le panchine - potevano sedersi in tre compreso il portiere di riserva, a un 5-1 a favore della Roma di Liedholm, era l’ottobre del 1983, si giocava con un pallone bianco e quella Roma - Graziani, Cerezo, Conti - giocò 90 minuti al passo di danza, se avete modo andate a ripescare i vecchi filmati. E ancora: un 2-0 nel 1975, il Napoli di Vinicio - che gioca a zona, tra i primi in Italia - dà una lezione di calcio alla Roma di Liedholm (schierata pure a zona con Santarini-Batistoni a presidiare il reparto), e avanti con un 4-0 sempre a favore del Napoli nell’anno in cui - c’era Marchesi allenatore - vennero riaperte le frontiere (1980: i primi stranieri sono Krol col Napoli e Falcao con la Roma) e quelle due squadre arrivarono a lottare per lo scudetto fino alla fine (scudetto poi vinto dalla Juve del Trap, come da catalogo).

Erano tempi in cui l’inviato Rai Giampiero Galeazzi - proprio in quel derby del Sud del 1987 - in agguato appena fuori dagli spogliatoi, poteva fermare tranquillamente l’arbitro Magni durante il riscaldamento pre-partita (e quello, in tuta e con un filo di sudore a scendergli sul collo, si fermava sorridente) e chiedergli: «Aho’, mica volevo sapere chi vince…». Sigla, sipario, applausi.

Furio Zara

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