Lo ammetto, quando pochi minuti fa (centoventi secondi esatti dopo il comunicato sul portale della Juventus) è arrivata, attraverso Whatsapp, l'immagine di Sarri ufficialmente nuovo tecnico bianconero, ho avuto una reazione, forse sbagliata, da chi ha vissuto la 'grande bellezza' come un'arma di ammirazione di massa. Perché, da meridionalista convinto, al netto delle cretinate sparate da qualche esibizionista dell'etere, Sarri è stato uno strumento di orgoglio, il Sarrismo è stato un vessillo da esibire con fierezza. Maurizio Sarri è un professionista, può fare ciò che vuole, come spremere le mammelle degli Agnelli per arricchirsi, fregandosene altamente dei risvolti emotivi. Ma, è ovvio che se uno che ha passato la carriera in Forza Italia passa al PD, tutto sommato, lascia abbastanza indifferenti: se Marco Rizzo si schiera con la Meloni, è un ex comunista che ha il diritto di farlo, ma anche di portarsi dietro gli strali del caso, di prendersi sulle spalle l'astio profondo di chi ha visto in te il veicolo di un'idea. Senza scomodare filosofi ed intellettuali, è semplice capire come sia l'idea dell'amore a farci amare una donna o un uomo, l'idea della passione a farci innamorare di una squadra, l'idea dell'orgoglio a renderci fieri di un movimento culturale. È per questi sentimenti che ti batti, che ti spingi oltre: 8 aprile 2018, il Napoli sogna di vincere lo scudetto, una città è pronta a gettarsi nel fuoco per il suo allenatore: per quello che rappresenta la sua idea. Bisogna, però, battere il Chievo, quando le energie sono poche, quando la tensione ti brucia i muscoli, quando in tribuna vedi gente di cinquanta e passa anni piangere per un pallone che non entra. Poi, all'ultimo minuto di recupero, Diawara tira dopo un calcio d'angolo corto, quel tiro è indimenticabile: dalla tribuna stampa vedo partire la conclusione, pochi attimi diventano un'infinità interminabile. Guardo Sarri con le braccia protese a spingerlo verso la porta, lo stesso fanno i 50mila del San Paolo. La palla entra, quel gol lo ha segnato il Sarrismo con la faccia meravigliosamente nera di Diawara. FINE DEL SOGNO - Il Sarrismo finì pochi giorni dopo, quando Orsato decise che lo scudetto doveva andare alla Juventus, determinando la partita del Meazza con l'Inter attraverso una scandalosa direzione di gara. L'idea, nata in tre anni di applicazione della teoria della rivoluzione, di assaltare il palazzo naufragò quando si capì che quel palazzo era invincibile, soprattutto se vuoi conquistarlo con la forza. Quel giorno, il Sarrismo comprese che era una meravigliosa utopia: meglio dividere le strade. Ma, ormai, quell'idea fa parte visceralmente delle persone che l'hanno interiorizzata, che l'hanno fatta propria per vivere un riscatto sociale, territoriale, personale. Ed è per questo che Higuain ha fatto rabbia alla Juve: Sarri, invece, fa male. Il dittatore ha spento la luce del sogno: e senza sogni, si fa fatica a sorridere. Anche nel calcio.