Anche a Vaggio, frazione di Figline Valdarno, hanno appeso uno striscione (“Comandante non tradire il popolo”), proprio sotto casa Sarri, giusto perché non dimentichi un solo istante. Poco importa che la firma sia di un club partenopeo del Valdarno. Maurizio Sarri aveva già messo comunque tutti d’accordo, non solo i napoletani e gli anti-juventini in genere, ma anche gli juventini, gli  idealisti, gli ultimi marxisti sul pianeta e tutta l’ipocrisia del calcio sparlato. A tradirlo l’ambizione di allenare la squadra più forte, quella del potere: Sarri, il Comandante abbandona la guerriglia e sale al Palazzo? L’eretico varca San Pietro, si aggiusta la mitra papale sulla fronte spelacchiata e dice messa, magari in latino. Roba da Concilio di Trento, scomunica e rogo immediato.

Inaccettabile.

Altri e più illustri allenatori hanno osato farlo prima di lui (Capello in primis, capace di rimangiarsi senza vergogna roventi proclami anti-juventini ai tempi della Roma), e molti erano in procinto di farlo se solo gliene fosse stata offerta la possibilità (Mourinho?). Sarri aveva previsto tutto da mesi, da quando la Juve si affacciò al suo orizzonte nel febbraio scorso. Ha capito che c’è una sola via d’uscita da questa gogna ideologica capace di minare l’avventura juventina ancora prima d’essersi infilato la tuta per la prima sgambatura: la tuta, appunto, è in quella tuta la sua salvezza. Indossandola, anzi non smettendola mai, fin dalla presentazione di domani accanto ad Agnelli. Non certo per provocare qualcuno, ma solo per ribadire, ancor prima che al mondo, a se stesso che il Sarri Maurizio, classe '59, nato a Napoli, cittadino del mondo, amante del calcio che piace, è uno e uno sarà ovunque e comunque vada. Lo stesso del Matassino, lo stesso delle ferie appena concluse ad Aquaviva Picena, vicino a San Benedetto del Tronto, riviera Adriatica, anni luce da Ibiza, per capirsi.

Sarà pesante quella tuta, pesantissima, ma se un allenatore si giudica da certi particolari, un Comandante ha una divisa sola.