Sono intimamente convinto che Antonio Conte si auguri che l’Inter non arrivi in Champions League. Sia perchè lui in Champions (ma anche in Europa League) non ha mai brillato, sia perché un eventuale quinto posto gli consentirebbe di accrescere il valore dei suoi risultati successivi a detrimento di quelli del predecessore.

Ricordate quando, appena sbarcato alla Juve, ripeteva come il club venisse da due settimi posti? Tutto questo per ribadire che, anche nel caso in cui non fosse arrivato lo scudetto (che invece arrivò), gli si sarebbe dovuto rendere onore e merito.

Le stesse cose disse appena approdato al Chelsea per sostituire Mourinho. Sarà perché lavora meglio senza la Champions da gestire, sarà perché può chiedere di più ai suoi uomini e tener buoni i tifosi e la società. In pratica una revisione personale del detto “tanto peggio, tanto meglio”.

Molti, però, fanno osservare che un’Inter senza Champions sarebbe necessariamente un’Inter più povera. Cioè con minori possibilità economiche di andare sul mercato per prendere giocatori come Lukaku, Chiesa o Barella. A questo, per dire la verità, Conte non ha mai badato troppo. Sa di essere un tecnico capace e l’ha già dimostrato valorizzando o rilanciando giocatori che avevano deluso o, comunque, erano rimasti al di sotto delle loro possibilità.

Inoltre l’Inter, essendo uscita definitivamente dalle strettoie del fair play finanziario, può agevolmente accontentarlo almeno su due dei tre obiettivi dichiarati (per l’appunto Lukaku, Chiesa e Barella), anche perché il club nerazzurro è intenzionato a far cassa cedendo Perisic e, assai probabilmente, Icardi.

​Insomma Conte avrà una squadra competitiva e, laddove non lo fosse del tutto, provvederà lui stesso a farla diventare tale. Del resto se una società paga un allenatore dieci milioni di euro netti l’anno, si aspetta che il suo lavoro sia fruttifero. E in questo senso nessuno può ritenere Conte non all’altezza del compito. Piuttosto il problema è costituito dal rapporto con i giocatori. Al Chelsea, per esempio, rilanciò David Luiz e fece rendere al massimo Diego Costa. Poi, però, ruppe con l’uno e con l’altro attraverso metodi censurabili (all’attaccante spedì un sms nel quale gli diceva che non sarebbe più rientrato nei piani del club), tali da costargli il posto, anche se sarà profumatamente risarcito, come stabilito dai giudici.

Certo, mettersi in casa Antonio Conte, non è comodo. Pur non essendo incline ai colpi di testa, dalla Juve se ne andò dopo appena due giorni di ritiro (e arrivò Allegri) perché aveva teorizzato che non ci si può presentare in un ristorante da cento euro avendone solo dieci in tasca. Quel ristorante era il mercato dove attingere per vincere la Champions, ma la smentita alle sue parole arrivò presto perché Allegri, con la stessa squadra e lo stesso sistema di gioco di Conte, vinse il campionato e andò in finale di Champions.

All’Inter ci sarà chi lo asseconda (Beppe Marotta) e lo sostiene (il presidente Zhang), ma Conte avrà cercato e avuto rassicurazioni di una centralità sia sul mercato, sia per quel che riguarda le decisioni importanti. Dopo cinque titoli vinti (quattro campionati, di cui uno in Inghilterra, ai quali va aggiunta la FA Cup), Conte si sente un top manager e come tale vuole essere trattato non solo economicamente.

In genere vince subito lo scudetto, in genere non partecipa alle Coppe, nel senso che le subordina al campionato. Qualche volta dirigenti e tifosi, pur avendo una smisurata fiducia in lui, non lo capiscono. Fu eliminato nella semifinale di Europa League, pur avendo la gara di ritorno e l’eventuale finale in casa, perché la affrontò con un cospicuo turnover. Voleva fare il record di punti in campionato (102) e trascurò la partita con il Benfica. Un errore imperdonabile.

Ma con Conte si fa finta di niente. Lui senza le coppe vola, ecco perché un’Inter fuori dalla Champions non gli dispiacerebbe affatto.