Prima del Portogallo campione d’Europa, il Portogallo di Cristiano Ronaldo, ci sono state altre due epoche in cui la nazionale di Lisbona ha toccato livelli molto alti. La prima è riferibile al Mondiale ‘66, con la nazionale di Coluna ed Eusebio, capocannoniere di quella edizione con 9 gol. Il Portogallo non ha mai più raggiunto il terzo posto in un Mondiale come capitò allora. Dopo trent’anni, un’altra fantastica generazione portoghese ha colorato di talento il calcio europeo, era la generazione di Figo, Paulo Sousa, Rui Costa, Fernando Couto, Vitor Baia. Futre era la loro chioccia. Due di questi giocatori persero il titolo europeo con la Under 21 nella finale di Montpellier proprio contro l’Italia, il 20 aprile del ‘94. Noi avevamo Toldo, Cannavaro e Inzaghi, loro Rui Costa (che proprio a Montpellier trovò l’accordo per trasferirsi a Firenze) e Figo. Decise il golden gol di Orlandini.

Il problema, per i portoghesi, è che qualche mese prima avevamo eliminato da Usa ‘94 proprio a San Siro, strapieno come lo sarà domani sera, la loro nazionale maggiore allenata da Carlos Queiroz. Eravamo nello stesso girone di qualificazione, l’Italia come testa di serie (bei tempi, eh?), la Scozia per la seconda fascia, il Portogallo per la terza, la Svizzera per la quarta, Malta per la quinta, l’Estonia per la sesta. Sacchi era il ct azzurro. Avevamo iniziato il girone col 2-2 di Cagliari contro la Svizzera, 2-0 per loro al 45', con un gol di Chapuisat segnato dopo un controllo sbagliato di Marchegiani con i piedi. Poi pareggiammo in Scozia e vincemmo a fatica a Malta (2-1), con l’espulsione di Baresi e il rigore parato da Pagliuca. Una figuraccia. Il 24 febbraio 1993, a Oporto, la sfida col Portogallo era già decisiva. Non potevamo perdere e vincemmo. Tre a uno. Loro erano forti, noi di più. Loro avevano Vitor Baia in porta, Fernando Couto in difesa, Figo e Futre per alzare la qualità. Noi avevamo Paolo Maldini e Roberto Baggio e il primo gol, dopo appena 2', fu proprio questo: lancio di Paolino dalla linea di metà campo, controllo al volo e tiro a un centimetro dal palo di Roby. Non un gol, un capolavoro.

Ma dopo il ritorno di San Siro, il vero Baggio per i portoghesi divenne l’altro, Dino, uno dei centrocampisti d’Europa più completi di quel periodo. Aveva segnato il 3-1 dell’andata e segnò l’1-0 al ritorno a meno di 10' dalla fine. L’azione partì con un lancio straordinario d’esterno destro del ct di oggi, Roberto Mancini, stop e palla in mezzo all’area di Dino Baggio per Roberto Baggio, tiro deviato da Jorge Costa, pallone ancora a Dinone e gol. Era l’ultima partita, dovevamo vincere per arrivare al primo posto, ci bastava il pareggio per conquistare un posto per Usa ‘94, ma non potevamo perdere perché il Portogallo ci avrebbe scavalcato e si sarebbe qualificato insieme alla Svizzera.

A San Siro giocò anche Rui Costa, che aveva debuttato in nazionale pochi mesi prima, con Paulo Sousa e Rui Barros. Ma noi avevamo una grande Nazionale e lo dimostrò l’anno seguente nel mondiale americano. Quella sera Sacchi schierò la squadra col 4-4-2, ovviamente: Pagliuca in porta, Benarrivo, Baresi, Costacurta, Maldini da destra a sinistra in difesa, Donadoni, D. Baggio, Stroppa e Signori a centrocampo, R. Baggio e Casiraghi in attacco. C’era tutto: un gran portiere, una difesa insuperabile, il dinamismo di Dino Baggio, la qualità di Stroppa (un 10 un po’ sottovalutato), la potenza di Gigione Casiraghi e poi c’era lui, Baggino. Entrarono Albertini al posto di Stroppa e Mancini al posto di Signori. Sette minuti dopo aver messo piede in campo, Mancio mostrò a Sacchi cosa sapeva fare con i piedi. Speriamo che sappia fare lo stesso domani sera anche dalla panchina dove, purtroppo per noi, non potrà usare i piedi. Ma può sempre sorprenderci con quella stessa fertile fantasia.