Da Angelo Moratti a Wanda Nara. Ovvero, dal passato remoto in cui erano i presidenti a decidere l’ingaggio dei loro giocatori, al presente in cui sono i procuratori, o in questo caso le mogli-procuratrici, a discutere i contratti, dettando i tempi e spesso anche i modi della trattativa. Come sempre ci vorrebbe un po’ di equilibrio, la famosa via di mezzo che però non esiste, perché tra la prima Grande Inter di Herrera e questa di Spalletti, che ancora grande non è, si è passati da un eccesso all’altro.

Il caso di Icardi, capitano dell’Inter, come Picchi, Bergomi e Zanetti, ha fatto e farà ancora discutere, perché dopo ogni suo gol la signora Wanda spera nell’allungamento del contratto. I 6 milioni di euro, già offerti dall’Inter, non bastano più. Si arriverà quasi al doppio con un allungamento fino al 2023, almeno così pare, se non si ci sarà una clamorosa rottura. Ma il problema va al di là delle cifre e riguarda appunto i modi e i tempi della trattativa. Fermi restando i meriti di Icardi, perché si deve rinnovare a metà campionato un contratto che non è in scadenza tra pochi mesi? Non sarebbe più logico per tutti, farlo alla fine della stagione? Parlare adesso di clausole, di milioni in più e anni in più di contratto, disturba sia la società, sia il giocatore. E soprattutto perché mettere in piazza, su giornali e tv il problema? Cristiano Ronaldo, che si era arrabbiato perché Messi guadagnava di più, ha incominciato a flirtare con la Juventus nel gennaio scorso, secondo quanto ha dichiarato il suo procuratore Mendes, ma la trattativa è diventata pubblica a fine stagione e nel frattempo il Real Madrid ha continuato a vincere e la Juventus anche, sia pure soltanto in Italia. Ha fatto bene Marotta, quindi, che non a caso viene dalla scuola juventina, a chiedere un po’ di silenzio, perché un gol in più o in meno di Icardi rischia di provocare effetti contrari per l’Inter, per il giocatore e per l’umore dei tifosi. Ma evidentemente nessuno ha il coraggio di imporre regole perché, nella giungla del calcio in cui vince chi tira di più la corda, fanno quasi tutti così.

Per guardare quello che accade sull’altra sponda del Naviglio, il milanista Suso pochi mesi fa aveva chiesto e ottenuto un aumento dell’ingaggio, molto prima della scadenza del suo contratto. E a quel punto giocare bene o male non conta più, perché poi il contratto non si tocca. Quando però le cose vanno male, vedi il caso di Higuain, le società non possono accorciare, né tantomeno ritoccare in basso, il contratto. Il discorso vale anche per gli allenatori, perché sono pochi quelli che accettano un contratto annuale e discutono il rinnovo alla fine della stagione. Lo stesso Spalletti, il cui contratto scadeva non nel prossimo giugno ma nel 2020, all’inizio di questa stagione si è visto allungare il contratto e così se verrà esonerato la società gli dovrà corrispondere lo stipendio per un anno in più. Ecco perché tornano in mente i tempi in cui Giampiero Boniperti, mitico presidente della Juventus degli anni Settanta, riceveva i giocatori a uno a uno senza procuratori, in agosto nel ritiro di Villar Perosa, e nel giro di una mattinata faceva firmare tutti i contratti per una stagione soltanto. Poi alla fine del campionato successivo si tiravano le somme, con gli aumenti soltanto in caso di vittoria. E così è rimasta famosa la foto del Perugia sul suo tavolo che Boniperti mostrava ai giocatori, ricordando che avevano perso lo scudetto contro quella squadra e quindi non potevano chiedere alcun aumento. Non a  caso, appena ha capito che il mondo del calcio stava cambiando per l’ingresso dei procuratori, Boniperti ha lasciato. Ma forse nemmeno lui immaginava che si arrivasse a questi punti, in cui le società rischiano di essere ostaggio dei giocatori e dei loro rappresentanti. E il fatto che siano parenti, mogli come nel caso di Icardi, o madri come nel caso del francese Rabiot, non cambia perché quello che conta è la sostanza. E cioè questa caccia ai soldi, che non finirà mai.