Un indimenticabile esordio di Champions League. E non solo per le prodezze calcistiche, i rovesciamenti dei pronostici, i goal da fuori area, col giro, nel 7.
No: per la drammaticità di alcune partite. Due in particolare, entrambe legate a squadre italiane. Il calcio che trascende il gesto tecnico e agonistico, lo slancio, il furore e si avvia all’impeto tragico della disperazione, dell’ ingiustizia e del suo riscatto. Il calcio che si fa tragedia greca. Epica, non di sangue, ma del suo succedaneo: le lacrime, la disperazione, la via senza scampo, l’ingiustizia, la tenebra e, alla fine, il sole.

Titoli: “Umiliazione e vittoria” “Eroi nella bufera”. Non sono videogiochi. Per una volta sono i germogli dell’ essenza d’uno sport che va oltre il tatticismo e il risultato, per approdare al nucleo segreto che più ci affascina e che difficilmente stentiamo a nominare: la risoluzione del merito contro il fato, la vittoria contro l’immeritato e il coraggio di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Qualcosa di contraddittorio, la forza della ragione da un lato e quella, opposta, della temerarietà.

A dir la verità, nel secondo caso, d’immeritato c’era poco, ma di coraggio ce ne è stato molto. L’Inter contro il Tottenham è diventata vera quando è diventata disperata, quando ha abbandonato ogni calcolo e l’ha messa sulla furia, lasciando quella specie di timore, di eccessivo senso del limite che aveva caratterizzato tre quarti della sua partita. Quindici minuti di coraggio irrazionale, di spinta caratteriale per rovesciare una ragion di stato mediocre e perdente. E’ vero, agli ultimi minuti è più facile, ma sembrava che disperazione e adrenalina andassero tutti nella direzione giusta a sfidare un destino dominato dalla paura. Forse più che sulle gambe (almeno per quanto riguarda il centrocampo e l’attacco) Spalletti deve lavorare sul coraggio. Per la difesa, purtroppo, ancora non si sa, ma la partita ha segnato, probabilmente, una svolta. L’eroe nella bufera è Cristiano Ronaldo, gli eroi sono i suoi compagni. Ingiustamente punito come Achille nell’accampamento sotto le mura di Troia, Ronaldo ha fatto vedere che non è Robocop, che si può piangere e soffrire. Esattamente come l’invincibile Pelìde. Ha mostrato il suo tallone d’Achille che lo rende più umano, innalzato dal coro dei suoi compagni ai quali la palese ingiustizia subìta ha restituito vigore.

Qui non interessa il calcolo delle probabilità (passa, non passa il turno?) e nemmeno la stoltezza della  condotta arbitrale. Interessa che il fato, rappresentato da un arbitro inane, è stato sovvertito dalla forza di chi si è sentito ingiustamente offeso. Non era facile resistere alle sbandate d’un direttore di gara ai limiti dell’ ebbrezza (forse dovrebbero fare i test anche a loro), non era facile uscirsene dal campo vessato da un’ingiustizia palese senza cedere alle sirene della disperazione che conducono a pesanti condanne, non era facile affrontare l’irragionevole autorità che permeava la partita senza perdere la testa. I tre punti della Juve valgono molto di più. Sono una lezione.

Gli eroi possono essere umani e gli umani eroi. La normalità e la forza di chi sa di avere ragione contro la stoltezza e fa sì che l’infamia non abbia il sopravvento.
Coraggio della disperazione, forza della ragione. Questo ci hanno detto due squadre italiane. Qualcosa che va oltre il risultato, dritto all’essenza del calcio.