Leggevo oggi alcuni commenti “dotti” riferiti alla prestazione di Cristiano Ronaldo contro la Lazio. Uno un particolare proponeva la bizzarra teoria secondo la quale nella squadra bianconera sarebbe arrivato non il campione portoghese ma suo cugino anche lui calciatore. Una certa dose di ironia è sicuramente il sale per ciascuna analisi su eventi di sicuro marginali come può esserlo il calcio e i suoi protagonisti, sicché è legittimo accettare la “provocazione” con una bella risata. I tifosi, però, sono le persone meno inclini e poco adatte alla “boutade” specialmente quando e se va a toccare le corde della loro passione campanilistica. Alla pancia, intesa come contenitore di pulsioni assortite, non si comanda. Di qui un certo risentimento popolare del popolo bianconero verso chi osa mettere in discussione il valore del nuovo “profeta” arrivato da lontano per rendere grandissima una macchina già grande.

Di certo vi è che neppure alla sua seconda uscita in campionato e alla sua prima rivelazione sul prato dello “Stadium” Ronaldo è riuscito a mettere la firma in calce al successo di un sabato che avrebbe dovuto dare un senso compiuto alla sua presenza. Per il momento meglio di lui aveva fatto Michel Platini il quale, a secco nell’Ottantadue nella “prima” contro la Samp a Genova, aveva poi battezzato la sua nuova maglia davanti al pubblico di casa a spese del Cesena. E’ vero che nessuna storia è mai identica a quella che l’ha preceduta, ma è altrettanto dimostrato che esistono favole senza tempo le quali servono anche per spiegare avvenimenti apparentemente inspiegabili. E siccome la vicenda di Ronaldo è stata fin qui vissuta come una fiaba contemporanea è possibile leggere anche l’attuale impasse del campione in maniera diversa da quella suggerita dall’ironia. Un racconto per bimbi, ma soprattutto per vecchi bambini. Gol o non gol, ciò che più hanno impressionato ieri osservando i primi piani televisivi sono state le espressioni facciali di Ronaldo sorpreso, mentre i minuti passavano inesorabili e lui non riusciva a segnare, in smorfie prima di fastidio e poi addirittura di evidente contrarietà. Si trattava della classica reazione del “potente” il quale non riesce a dimostrare la sua “potenza” e che arriva a dubitare persino di se stesso. Quelle smorfie “parlavano” da sole e dicevano: “Dove sono capitato e che cosa mi sta accedendo?”. A fine gara, poi, lo stesso Allegri ci metteva del suo e tentava di sdrammatizzare anche lui con una battuta: “Ronaldo? Stiamo tentando di capirci qualcosa…”.

Ecco che, allora, l’impressione è quella di aver a che fare con la vecchia fiaba scritta da Andersen ancora oggi didatticamente valida per fornire una logica a fatti i quali, lipperlì, logici non sembrano essere. La favola del “brutto anatroccolo” che si sente escluso dagli altri per la sua “diversità” e che va in depressione sino a fuggire lontano mi pare si adatti in copia carbone al teorema CR7 il quale, non a caso, fin da subito era stato definito un “alieno”. Che Ronaldo, in questi avvio, sia evidentemente “scollegato” tatticamente e quindi psicologicamente dal meccanismo del gioco bianconero è un dato di fatto. Ma, come accadde per il brutto anatroccolo, anche lui alla fine diventerà un bellissimo cigno e tornerà a fare parte di quel gruppo del quale si sentiva estraneo.  Ci vorrà un po’ di tempo, naturalmente, per “capirci qualcosa” come sostiene Allegri e per arrivare alla conclusione che sarà comunque una bella favola per bimbi e per vecchi bambini.