A Trento i suoi amici erano pronti a spostare le montagne pur di riaverlo con loro possidente e felice come sapeva essere al punto da diventare positivamente contagioso. Lo avevano anche scritto in un poster pubblico.

A Torino un’equipe del reparto di Neurochirurgia delle Molinette era pronta a partire per la Francia munita di una macchina speciale con la quale era possibile immaginare di farlo uscire dal coma dopo un’operazione “impossibile”.

L’Europa e il mondo occidentale, insieme con le preghiere a suffragio delle povere vittime assassinate dalla mano armata di un “soldato” dell’Islam radicale ne riservavano una tutta per lui invocando il miracolo. Non c’è stato nulla da fare. Ogni speranza si è dissolta con il silenzio successivo all’ultimo battito suo cuore che si è fermato irreversibilmente e al definitivo respiro inconsapevole uscito dalla bocca di un corpo ormai inutile.

Così se n'è andato Antonio Megalizzi, nella camera asettica di un ospedale di Strasburgo, dove era stato ricoverato dopo l’attentato subito nei pressi del mercatino di Natale allestito in città vicino al Palazzo dell’Europa.
Ventotto anni, un giovane collega appassionato della vita ma soprattutto di questa nostra professione da affabulatori talvolta un po’ detective che viene disprezzata da chi non capisce che senza le “voci” dei cronisti non esisterebbe società civile e democratica. La sua era una di quelle. La si poteva ascoltare ogni giorno sulle onde di Europhonica, l’emittente per la quale il giovane laureato in scienze internazionali lavorava come volontario e con assoluta passione per riferire fatti e misfatti della nostra Europa in uno dei momenti più cruciali della storia.

Il farabutto assassino lo ha “freddato” per strada proprio mentre Antonio, in compagnia di due colleghe de La Repubblica scampate all’attentato, era appena uscito dal Parlamento da dove aveva trasmesso un’intervista. La sua ultima intervista. La pallottola, conficcata alla base del suo cranio a appena sopra la colonna cervicale, non poteva essere rimossa. Così si attendeva il miracolo che non c’è stato.

Antonio Megalizzi, con la sua scomparsa, provvede ad allungare tragicamente la lista dei giornalisti morti sul campo non per mano del destino ma di un’umanità drogata da mille veleni di ogni tipo. Il suo volto non comparirà sulla copertina del “Time” dedicata a queste vittime soltanto perché è è uscita tre giorni fa, ma è come se ci fosse. Non era un “volto noto” ma una voce amica. Quella che ora non sentiremo più e che mancherà anche alla “sua” Juventus per la quale Antonio faceva il tifo. Con stile. Senza mai urlare.

@matattachia