Bisogna mettere alcuni punti fermi intorno alla storia che coinvolge Cristiano Ronaldo e Kathryn Mayorga. Ci sono in ballo accuse pesantissime, che richiedono di mettere tra parentesi ogni partigianeria e pretendere si giunga quanto prima alla verità. E ciò richiederebbe che, prima di esprimere qualsiasi giudizio, ci si documenti in modo serio e si usi tutte le cautele possibili. Invece registriamo la tendenza a schierarsi secondo partigianeria. A favore o contro il campione non già perché se ne valuti la possibile innocenza o la possibile colpevolezza, ma soltanto per ragioni di tifo.

Soprattutto, ci si accanisce sulla figura dell’accusatrice (nonché presunta vittima) a partire da un suo profilo personale che viene giudicato discutibile, etichettato in termini negativi e denigratori a partire da considerazioni etiche. Questo modo di affrontare la situazione e dibatterne pubblicamente è totalmente sbagliato. Di più: è malato e infestante. Peggiora la qualità del dibattito, e lo fa non soltanto con riferimento al caso singolo. Perché gli effetti del peggioramento si diffondono oltre la vicenda specifica, provocano l’ulteriore abbassamento nella qualità della pubblica discussione. E spiace registrare che a questo peggioramento contribuiscano alcuni mezzi d’informazione, cui spetterebbe indagare e informare anziché sposare tesi precostituite.

Per quanto ci riguarda, noi di Calciomercato.com riteniamo che la sola bussola da seguire sia l’analisi degli elementi disponibili. E che, soprattutto, il campo dell’analisi debba essere sgombrato dei peggiori pregiudizi.
 
I PUNTI FERMI - Vi sono alcuni punti fermi della vicenda che non bisognerebbe mai dimenticare. Il primo è quello più scontato, ma è bene ribadirlo poiché a forza di darlo per scontato si finisce per trascurarlo: quella notte di luglio 2009, tra Cristiano Ronaldo e Kathryn Mayorga, venne consumato un rapporto sessuale. Lo dice lei, lo conferma lui, è assunto agli atti. E una volta che esso è assunto agli atti, si tratta di stabilire se quel rapporto sia avvenuto col consenso di entrambe le parti o se vi sia stata violenza.

Un secondo punto fermo è la cifra pagata da Cristiano Ronaldo per ottenere che Kathryn Mayorga tacesse sui fatti di quella notte: 375 mila dollari. Circostanza che Cristiano Ronaldo non ha mai smentito, nemmeno prima che i documenti in possesso del settimanale tedesco Der Spiegel venissero pubblicati. Come mai tanta ansia di silenziare i fatti di quella notte, tanto da essere disposto a pagare una cifra così pesante? Giusto per fare un paragone, poco più di un anno prima prima lo stesso Cristiano Ronaldo non aveva avuto altrettanta premura di mettere a tacere una sua scorribanda romana presso il Diva Futura Club, locale gestito dall’impresario del porno Riccardo Schicchi (LEGGI QUI). E si badi bene che ponendo questi interrogativi non si sta certo a insinuare delle presunzioni di colpevolezza. Piuttosto, si rileva una stranezza che lo stesso Cristiano Ronaldo farebbe bene a spiegare pubblicamente. Anche perché, magari, la spiegazione potrebbe risultare convincente e rendere note all’opinione pubblica ottime giustificazioni per quel pagamento da 375 mila dollari. Basterebbe chiarire.

Guardando sull’altro versante, rimangono dubbi altrettanto bisognosi di chiarimento riguardo alla catena dei comportamenti di Kathryn Mayorga dopo la notte in cui i fatti sono avvenuti. Intendiamo dire: la denuncia alle autorità senza che venisse indicato il nome del presunto aggressore, la firma di un accordo che sarebbe stato raggiunto in condizioni di pressione per la donna, e il rilancio della vicenda effettuato a nove anni di distanza dai fatti “sull’onda del movimento MeeToo”. Tutti elementi tanto narrativi quanto poco limpidi. Se davvero la signora Mayorga ha subìto ciò che sostiene di aver subìto, ha diritto a avere giustizia indipendentemente da quanto sia il tempo trascorso rispetto ai fatti. E tuttavia, quei tre elementi rimangono tutti da spiegare. Soprattutto i primi due. Perché non fare immediatamente il nome presunto aggressore? E in cosa consistevano le condizioni di pressione? Ancora una volta, la chiarezza è necessaria. A farla provvederanno le indagini di polizia e un eventuale procedimento giudiziario.

Tutti gli altri elementi che negli ultimi giorni hanno arricchito la narrazione della vicenda (pedinamenti, prove sparite, richieste di test HIV) vengono mantenuti fuori dalla nostra analisi. Non possono essere valutati da soggetti altri che quelli inquirenti e (eventualmente) giudicanti.
 
IL VELENO DELL'APPROCCIO REPUTAZIONALE - Bisogna essere garantisti sempre. E ancor più bisogna esserlo quando c’è in ballo l’ipotesi di un reato che lo stesso Cristiano Ronaldo definisce abietto. Ma proprio per questo motivo si deve anche prendere una posizione netta su un vizio devastante, che sempre emerge quando ci si trova a dibattere in pubblico su vicende così d’impatto sull’opinione pubblica, tanto più nell’epoca segnata dal dibattito via social media. Il vizio in questione riguarda l’utilizzo del metodo reputazionale. Ossia, guardare non ai fatti e alla loro verità/falsità, ma alla reputazione delle persone che di quei fatti sono protagoniste. Come se si dovesse giudicare le persone e non le loro azioni.

Su questo piano si nota l’aspetto più sgradevole della vicenda. I social sono intossicati da rappresentazioni totalmente fuorvianti della vicenda. Sia riguardo alla figura di Cristiano Ronaldo, sia soprattutto riguardo alla figura di Kathryn Mayorga. Riguardo a Cristiano Ronaldo si è insistito sul prestigio della sua figura da campione e sulla sua inappuntabile professionalità. Elementi indiscutibili, ci mancherebbe. Ma cosa c’entrano coi fatti di cui è accusato? Assolutamente nulla. Se quei fatti dovessero essere dimostrati veri, Cristiano Ronaldo meriterà di essere condannato. Se invece verranno dimostrati falsi, Cristiano Ronaldo avrà diritto al risarcimento dovuto mentre la (meritata) condanna toccherà alla sua accusatrice. Ancora più pesante e sgradevole è l’uso che si è fatto del metodo reputazionale nei confronti di Kathryn Mayorga. E l’analisi di questo aspetto è anche il pretesto per rilevare quanto ancora di pregiudizio e di maschilismo becero vi sia nel modo di condurre il dibattito pubblico attraverso i social.

In primo luogo, si attribuisce con insistenza a Kathryn Mayorga un’etichetta da prostituta. Cosa che non corrisponde alla realtà. La signora era all’epoca una giovane modella, che nel locale in cui è avvenuto il primo approccio svolgeva il compito di attirare i clienti e intrattenerli in modo certo lascivo ma del tutto lecito. Ciò che succede in qualsiasi locale notturno di target medio-alto e a qualunque latitudine, Italia compresa. Dunque è del tutto sballato parlare di prostituzione. Ma ciò precisato, va aggiunto un interrogativo: se anche Kathryn Mayorga fosse stata una prostituta, ciò la renderebbe forse un soggetto meno degno di credibilità e giustizia? La risposta è: no. Non si può accettare che una donna venga ritenuta meno credibile per il solo fatto di compiere commercio sessuale attraverso il proprio corpo, né che i suoi diritti eventualmente lesi possano essere ritenuti meno degni di tutela rispetto ai diritti di qualsiasi altra donna.

La versione dei fatti fornita da una prostituta va sottoposta al vaglio del criterio di verità/falsità al pari della versione fornita da qualsiasi altra persona la cui carriera morale susciti meno pregiudizi. Allo stesso modo, la violenza subita da una prostituta va punita con la medesima inflessibilità che si userebbe per punire la violenza subita da qualsiasi altra persona di specchiata carriera morale. E scrivendo queste affermazioni ci pare di esporre princìpi di civiltà giuridica (e di civiltà tout court) che dovrebbero essere scontati. Ma purtroppo così non è, perciò tocca ribadire l’ovvio.

Un altro aspetto più sgradevole riguarda il nesso fra provocazione sessuale e giustificazione dell’atto sessuale. Si tratta di una linea di ragionamento della quale, purtroppo, non riesce liberarsi. Essa si sviluppa più o meno così: lei provocava sessualmente, dava chiaramente a vedere di essere disponibile, e dunque tutto ciò che è successo dopo è naturale conseguenza della provocazione, non sottoponibile a accuse di sorta. E dunque, poiché Kathryn Mayorga ha provocato sessualmente Cristiano Ronaldo (ciò che è evidente dalla visione dei video circolati in rete), e poi ne ha accettato l’invito in camera con tutto ciò che ne poteva conseguire, lui sarebbe da ritenere autorizzato a portare a compimento l’atto sessuale.

Preso atto della linea di ragionamento, proviamo a rovesciare l’ottica e declinarla al maschile. Immaginate di essere voi, da maschi, in una dinamica di reciproca provocazione con una donna che vi piace e con cui volentieri fareste sesso. Immaginate pure che le cose procedano per il meglio, e che infine vi ritroviate in una condizione intima con lei, pronti per consumare l’atto. E a quel punto, immaginate di scoprire in lei qualcosa che non vi garbi. I motivi possono essere i più svariati: un dettaglio fisico che, una volta scoperto, vi disturba; un cattivo odore, o in generale la scarsa igiene personale; un atteggiamento troppo aggressivo; il modo in cui si comporta prima, ma anche durante l’atto; certi discorsi che diano a vedere una propensione al coinvolgimento sentimentale, cosa che può risultarvi sgradevole; una luce inquietante degli occhi, che ve la fanno percepire diversa da come l’avevate immaginata; il rifiuto di prendere precauzioni. Si potrebbe allungare ancora di parecchio la lista, e si tratterebbe di motivi tutti egualmente legittimi, a partire da quello principale: che di punto in bianco vi passi la voglia di far sesso con quella donna. Ebbene, giunti a quel punto, e per uno o più fra i motivi elencati, avete o no il diritto di tirarvi indietro e di rifiutare l’atto sessuale a quella donna? La risposta è: assolutamente sì, trattasi di diritto tanto elementare quanto indiscutibile. Ma se così stanno le cose, perché mai non dovrebbe avere analogo diritto qualsiasi donna che scopra uno o più di quei motivi respingenti nell’uomo con cui aveva desiderato fare sesso? Perché non dovrebbe avere anch’essa facoltà di tirarsi indietro, sia prima che durante? In qualsiasi momento, e anche nel caso che si tratti di una prostituta.

Perché la reputazione non cancella i diritti, né le libertà personali. Se ne tenga sempre conto, quando si giudica una circostanza. Soprattutto, ci si limiti a giudicare i fatti. Magari svestendo per un attimo la maglia di cui si è tifosi.