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Tatuaggi e videogames, il caso LeBron: il corpo degli atleti non appartiene più a loro
Negli ultimi anni un numero sempre maggiore di atleti ha tappezzato il proprio corpo di tatuaggi. Una pratica all'apparenza innocua che rischia però di espropriarli del diritto di disporre liberamente del proprio corpo. La causa che la compagnia statunitense Solid Oak Sketches - proprietaria del copyright di cinque tatuaggi di tre giocatori di basket della NBA, incluso uno della stella dei Lakers, LeBron James - ha intentato contro l'azienda di videogiochi Take Two Interactive rischia di diventare solo il primo di una lunga serie di casi. L'accusa è quella di aver riprodotto all'interno del gioco "NBA 2K" i tatuaggi di cui sopra senza disporre di nessuna autorizzazione. Solid Oak, che aveva in precedenza ottenuto i diritti dagli artisti, ha richiesto una cifra pari a 819.500 dollari per le violazioni del copyright passate e un'altra pari ad oltre un milione di dollari per l'utilizzo futuro nei videogames della serie.

In una materia giuridica così fresca, la legge, oltretutto, non sembra propendere dalla parte degli atleti.
Se è vero che un incisione sul proprio corpo rappresenta un elemento personale della propria identità, è altrettanto vero che da un punto di vista giuridico quella stessa incisione non appartiene direttamente alla persona in questione ma a chi l'ha realizzata. Le illustrazioni "fissate su un mezzo tangibile", ad esempio, sono soggette a copyright per lo United States Copyright Office. Uno scenario che apre dilemmi importanti per Electronic Arts e gli altri colossi dell'e-gaming: rivolgersi singolarmente ad ogni artista per ottenere un nullaosta o eliminare il problema alla radice e rimuovere i tatuaggi (perdendo però in realismo)? Se nel prossimo capitolo di FIFA i rosoni della Sagrada Familia saranno scomparsi dalle braccia di Leo Messi, sapremo perchè...
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