Dov’era ieri notte il più grande giocatore del mondo? Dov’era quello che avrebbe dovuto vincere la Champions, comporre il triplete e conquistare un altro Pallone d’oro in barba a Ronaldo che, poveretto, è finito per arrabbattarsi nella Juve? Dov’era il capitano esaltato nella gara di andata per un colpo di ginocchio e una punizione, che avrebbe dovuto trascinare il Barcellona a farsi beffe del mondo e soprattutto del Madrid? Lionel Messi, in una delle versioni più anonime della sua carriera, ma così consuete anche quando gioca con la nazionale argentina, è stato seppellito da quattro gol e vedrà la finale di Madrid comodamente seduto sul divano di casa. E chi, come Allegri che pure se ne vanta, aveva pronosticato il Barcellona favorito riconoscerà, come tocca a noi bipedi comuni, di capire poco di calcio. 

Ce n’è per tutti in questa notte di irragionevole bellezza. Anche e soprattutto per Ernesto Valverde che l’anno scorso si fece rimontare dalla Roma e quest’anno, un turno più in là, vive un incubo ancora peggiore. Sia perché la lezione di 392 giorni fa avrebbe dovuto insegnargli qualcosa, sia perché la gara d’andata, nonostante il 3-0 a favore, aveva fatto suonare l’allarme: il Liverpool aveva giocato meglio, meritava di segnare almeno un paio di gol, si era sfaldato solo difensivamente su singoli episodi. Evidentemente il buon Ernesto è un allenatore da Europa League, non conosce i segreti per infondere i cambi di ritmo alla propria squadra e si accontenta di un possesso palla che, pur essendo un marchio di fabbrica, non è neanche lontanamente paragonabile a quello di Guardiola.

Questo per dire che il Liverpool ha fatto moltissimo, ma non tutto. L’intensità di gioco, il pressing, l’aggressione sul portatore e il rovesciamento di gioco sono stati decisivi, ma senza la complicità della difesa del Barcellona nessuno avrebbe potuto segnare quattro gol in meno di ottanta minuti. Klopp è stato più fortunato che bravo. Il suo 4-3-3 non ha avuto nulla di eccezionale se non per la ferocia con cui i suoi hanno azzannato spazi e palla. E senza il provvidenziale infortunio di Robertson non sarebbe entrato Wijnaldum che ha segnato una doppietta al pari di Origi. Comunque chi rimonta il Barcellona da 0-3 infliggendogli un 4-0 non può avere torto, ma deve conservare la freddezza per dire che una partita così incolore non solo non ce la si poteva aspettare da Messi, ma nemmeno dai comprimari come Jordi Alba. E’ stato lui, sul primo gol, dopo appena sette minuti, a colpire di testa all’indietro, verso la propria area, per servire l’avversario Manè che ha dato ad Henderson pronto al tiro. ter Stegen ha respinto e Origi ha messo dentro. Sempre Jordi Alba, che ha mancato il pari al quarto minuto di recupero del primo tempo, ha perso palla su pressione di Alexander Arnold ad inizio di ripresa, consentendo ripartenza e cross trasformato in gol dal neo entrato Wijnaldum. 

In due minuti il Liverpool è andato sul 3-0. Di testa ha segnato ancora Wijnaldum, ma questa volta l’errore è stato triplo: di chi ha lasciato crossare Shaqiri (uno che non giocava nell’Inter), di Pique che ha perso la marcatura, di Lenglet che si è fatto anticipare. Mentre i telecronisti cadevano in deliquio, ripetendo ossessivamente “solo ad Anfield, solo ad Anfield”, neanche fossimo a Lourders, contemplavo il disfacimento della fase difensiva del Barcellona. Lo stolido Valverde a quel punto ha inserito Semedo, un esterno basso di difesa, per Coutinho, che si era mezzo mangiato un gol nel primo tempo. Il segnale che la squadra ha percepito era il seguente: palla a Messi per un’invenzione o che Dio ce la mandi buona nei supplementari e, se del caso, ai rigori. 

Non è servito arrivare fino a lì perché il festival degli orrori difensivi non era ancora concluso. Su un calcio d’angolo conquistato da Alexander Arnold, tutti i giocatori del Barcellona hanno dato le spalle alla palla. Il difensore se ne è accorto e svelto come un rapace ha battuto basso per Origi che ha girato sorprendendo un’area affollata di colpevoli spettatori. Al contrario di quel che mi aspettavo, Klopp ha tenuto un contegno adeguato. Ha esultato, ringraziato i suoi ragazzi e salutato gli sconfitti come si conviene. Sa che da quando guida il Liverpool non ha ancora vinto niente e bisognerà aspettare questa settimana e la finale di Madrid per sapere se spezzerà il tabù. Intanto ha portato i rossi alla nona finale della loro storia, la seconda consecutiva. Klopp ricorda come è finita l’anno scorso e, a prescindere dall’avversario  che gli arriverà questa sera, non vuole che quell’esperienza si ripeta. Al posto di Karius c’è Alisson e questo è il primo, forse decisivo vantaggio.