“Ah…se la gioventù sapesse e se la vecchiaia potesse”. Eh, sì: il vaso comunicante, imposto dal tempo, pone un dilemma non facilmente risolvibile. Per esempio, con una bella squadra, pimpante ma inesperta, chiamo un allenatore d’esperienza, realista o un giovane ardimentoso, in vena d’esperimenti? E se la squadra lamenta, invece, una patente mediocrità? Anche in questo caso la risposta non è facile.

Certo, la scelta del Chievo d’ingaggiare Ventura è quantomeno bizzarra. Forse è presto per dirlo, ma l’anziano allenatore che veleggia sui 70 anni, non sembra possedere né la fisionomia garibaldina capace di condurre una compagine al riscatto, né un proverbiale acume tattico-psicologico, in grado di raccogliere i cocci d’una squadra malamente assemblata, reduce per di più da una gravosa penalizzazione per la “questione plusvalenze”.

Più che saggio, Ventura appare come un signore tranquillo, ma confuso: né un fine psicologo, né un sergente di ferro. Piuttosto un colonnello Buttiglione, che non si arrende mai, nemmeno di fronte all’ evidenza o un compassato signore inglese, che quando il maggiordomo gli dice “il Tamigi è alla porta” risponde: “Fatelo passare”. La sua lunga carriera si è dipanata  molto spesso sul filo della brevità. Quasi sempre ha allenato una squadra per una stagione soltanto, con l’eccezione di Pistoiese (ottenne ottimi risultati), Torino e Bari. Monetizzava con poco. A Torino vinse per 2 a 1 un derby contro la Juve, dopo che i granata avevano sofferto per una ventina d’anni, però poi incappò in 8 sconfitte consecutive. Allenava (e allena) per “libidine”, come da lui dichiarato, ma con un astigmatico senso della prospettiva, se, al termine della disgraziata avventura in Nazionale, si abbandonava candidamente al precipizio: “In fondo  - disse - il mio è stato un ottimo score”. Ecco, con quella sua faccia da saggia tartaruga che ricorda Hitchcock, Ventura ci sta simpatico proprio per questo: perché sembra che non sappia mai dove si trovi. Piombato a terra senza saperne la ragione, una volta rialzatosi, ammaccato e impolverato, si rialza stupito, ma soddisfatto. Si toglie la polvere dai vestiti, poi con naturalezza, fra un occhio nero e un ginocchio rotto, si ritiene soddisfatto, molto soddisfatto del risultato raggiunto.

Forse per questo, dopo la seconda sconfitta consecutiva (la prima per 5 a 1, la seconda per 2 a 1) ha rassicurato tutti, tifosi, presidenti, simpatizzanti: “Se non ci salviamo, vuol dire che punteremo ad un altro obiettivo”.

Sembra che abbiano festeggiato solo i tifosi del Verona. E lui ne è rimasto stupito.