Amico, un termine molto importante e prezioso. Il mondo del calcio, frequentato per una vita, mi ha concesso l’opportunità di allacciare rapporti con un numero infinito di “conoscenti”. Amici autentici pochissimi. Quattro o cinque, per stare larghi. Quelli che puoi anche non rivedere per un sacco di tempo, ma sai che esistono e loro sanno che tu ci sei. Si chiamano affettuose lontananze e sono utili per farti sapere che nella vita comunque non sei solo. In caso di bisogno, se occorre, basta una telefonata. E oggi diventa subito ieri. Ciao, come stai?
Uno di questi amici è Roberto Mancini. L’ex ragazzino che a tredici anni venne strappato dalla sua Jesi e dalla sua famiglia per andare a fare il calciatore a Bologna. Una città tanto diversa da quelle attuale. Il posto delle fragole per un giovane sensibile  alla musica dei cantautori e al fascino delle osterie. La porterà sempre nel cuore. Insieme con Genova, naturalmente dove grazie alla protezione di un presidente come Paolo Mantovani e alla guida di un allenatore come Boskov da giovane promessa si trasformò in una tra i talenti indiscutibili del calcio italiano. Ecco, il racconto del “mio” Mancini parte proprio da quel punto e ha come tramite un altro campione che per me rimase in  bilico sul confine che divide la conoscenza dall’amicizia, Gianluca Vialli.

Gemellli “diversi”, Luca e Roby. Fraintesi anche dal loro “padre adottivo”. Scavezzacollo e ingenuo Mancini, affidabile e con i piedi per terra Vialli: così la pensava Mantovani il quale prese in affidamento il primo lasciando che il secondo facesse la sua strada quando arrivò il tempo di decidere. Quella era la Sampdoria che divertiva e vinceva perché i suoi giocatori e il suo allenatore sapevano divertirsi oltre l'obiettìvo del successo. Era una squadra di uomini e di ragazzi, non di robot. Mancini rappresentava la bandiera di quel favoloso gruppo di “calcio indipendente”. Da Ilio, ristoratore dietro Marassi che ora non c’è più, le nostre cene infinite dove il cibo era memo importante della possibilità di instaurare un rapporto umano autentico. Storie, quante storie.

Le “confessioni” di Mancini erano favole vere frutto di vita vissuta con spontaneità, intelligenza e dolcezza. Dai suoi rincrescimenti per non aver potuto vivere la stagione ribelle del Sessantotto, per motivi anagrafici, alla caparbia cocciutaggine di rifiutare il ruolo di giocatore telecomandato, dalla risolutezza nel rifiutare cessioni di comodo in società più blasonate all’indipendenza mentale che gli consentiva di mantenersi stupendamente anarchico e comunque libero in campo come fuori confondendo talvolta la notte con il giorno. Come a Torino, per esempio, quando a due giorni dalla gara con la Juventus la Samp organizzò un party nel suo albergo. Bella gente e belle donne. C’era anche Lory Del Santo che, allora, era davvero quella che veniva definita una strafiga. Alle cinque del mattino la festa era finita e l’attrice non sapeva come rientrare a Milano. La ospitò, in camera sua Mancini. Incontrai Lory a San Diego qualche anno dopo. Al Fellini, dove ci ritrovavamo tutti per festeggiare il Moro di Venezia e Gardini, mi raccontò senza problemi di quella notte che per lei fu unica e stupenda. Non fecero l’amore ma dormirono appiccicati a “cucchiaio” come i fidanzatini di Peynet. Troppo facile sarebbe stato e anche banale fare sesso. Mancini amava la trasgressione.

Come a New York, giovane promessa per Bearzot e per la nazionale, quando dopo una serata famoso “Club 54” insieme con Tardelli e Vialli alle cinque del mattino Roberto lascio i compagni per andarsene in giro a Manhattan da e andare a vedere l’alba seduto sulla panchina che Woody Allen rese cult girando una scena con Diane Keaton di “Anny e io”. Alle sette rientrò in hotel dove lo aspettava un Bearzot furioso il quale gli comunicò l’estromissione dall’azzurro. Più avanti il Vecio confessò che da Mancini si sarebbe aspettato una telefonata di scuse per poterlo reintegrare. Roby non fece quella chiamata. Mi disse, non per presunzione ma perché non capiva che cosa avesse fatto di tanto grave.

Storie minimaliste e parallele al calcio che danno la misura di un personaggio rimasto persona e quindi libero intellettualmente dai vincoli delle scontate convenzioni. Il coraggio di essere se stessi e sempre. Anche la forza di divorziare dopo 25 anni di matrimonio e tre figli per sposare Silvia Fortini perché ciascuna cosa può avere una fine e una seconda può cominciare. L’importante è vivere la vita, quindi anche il lavoro, evitando le trappole del manierismo e delle convenzioni per imposizione o moda. Ciò che Mancini ha subito dimostrato di saper trasmettere ai suoi ragazzi della nazionale rendendo il gruppo un “bel gruppo” anche interiormente. Serenità, fantasia, un pizzico di sana anarchia, nessuna lobby interna, tutti per uno e uno per tutti. Una squadra speculare al suo progettista e quindi lanciata nel futuro in maniera naturale. Come avrebbe potuto e saputo fare Cesare Prandelli, altro mio buon amico e persona normale nel mondo dei replicanti. Ora a Mancini, per completare l’opera, rimane soltanto da trovare un altro bomber come Vialli. Probabilmente in giro ne esiste uno magari non uguale ma simile. E se esiste Roby saprà scovarlo