Da Boniperti a Giraudo fino a Marotta: 3 Juve, ecco la più e la meno arrogante
15/11/2016, 11:00
di Stefano Agresti
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L’articolo di Antonio Martines sui tifosi della Juve, pubblicato sabato su calciomercato.com, ha acceso un interessante dibattito quasi sociologico (di sociologia calcistica, diremmo) in merito al club bianconero, alla sua storia, al suo rapporto con la gente, amici e nemici. Se ne è discusso molto, anche con toni accesi, pure su alcune emittenti radiofoniche, ad esempio sulla romana Radio Radio, che ha tra i suoi ascoltatori moltissimi juventini benché abbia le radici nella Capitale (ma si sa che i cuori bianconeri sono ovunque, anche nelle città più ostili: da Firenze a Napoli, da Milano a Roma appunto).

Già il titolo si prestava a riflessioni: ‘La Juve o si ama o si odia: sempre più tifosi, ma in tanti la abbandonano’. Molti, risentiti, hanno sostenuto che questo fatto - e cioè che ci fosse chi tradiva l’amore per i colori bianconeri - non trova riscontri nella realtà. A Radio Radio tale tesi è stata avversata da illustri colleghi, così come da alcuni ascoltatori. In verità l’idea di Antonio Martines, che condividiamo, è che tanti juventini nel corso del tempo hanno abbandonato la squadra perché non ci si sono più riconosciuti oppure si sono sentiti traditi, ad esempio durante Calciopoli (ma non solo in quei caldissimi giorni). Marco Travaglio, direttore del Fatto quotidiano, si è disamorato della Juve quando a comandarla erano Giraudo e Moggi ma ben prima che scoppiasse lo scandalo del 2006. E proprio via radio anche Luigi Ferrajolo, presidente dell’Unione stampa sportiva italiana, ha raccontato la sua storia di bambino del Sud catturato dalla passione per i bianconeri, un’infatuazione terminata quando è entrato in contatto diretto con quel mondo e non si è riconosciuto "nell’arroganza e nella prepotenza" del club. Calciopoli, a quel tempo, non era nemmeno immaginabile, così come neppure si sapeva chi fosse Giraudo (il quale, a dire il vero, all’epoca era uno sfegatato tifoso del Toro: celebre il gesto dell’ombrello rivolto alla dirigenza bianconera in occasione della storica rimonta granata, da 0-2 a 3-2 in tre minuti, nel derby dell’83).

Chi scrive ha avuto la fortuna (giusto definirla così per chi fa questo mestiere) di vedere tante Juve e alcune di viverle da molto vicino, se non da dentro. Se dovessimo indicare le grandi epoche bianconere degli ultimi quaranta o cinquant'anni, pur con qualche breve intermezzo, ne individueremmo tre: quella di Boniperti, quella di Giraudo e Moggi, quella di Andrea Agnelli e Marotta. Sono state tutte, a modo loro, grandi e vincenti sul campo, oltre che spesso all’avanguardia dal punto di vista imprenditoriale: la prima prendeva campionissimi a due lire (pensate a Platini), la seconda ha tra l'altro posto le basi per la costruzione dello stadio, la terza ha riportato il club ai vertici nel mondo dopo la serie B anche per entità del fatturato.

Qui però ci occupiamo principalmente del rapporto con la gente, con gli avversari, con i propri tifosi. Di sentimenti ed emozioni, insomma. Ecco, in questo senso diremmo che la Juve di Boniperti era autoritaria, forse prepotente ma piena di charme; che la Juve di Giraudo e Moggi era prepotente e basta; che la Juve di Andrea Agnelli e Marotta è decisamente la meno arrogante e la più garbata delle tre, a dimostrazione che si possono ottenere grandi risultati senza dover per forza essere aggressivi. Come ricordavamo, hanno vinto tutte tantissimo. C’è però chi ha saputo farlo, nel rispetto degli avversari e del calcio, e chi molto di meno. Perché vincere è un’arte, ma anche saper vincere lo è. Tutte queste Juve hanno vinto, non tutte hanno saputo vincere.

@steagresti
 
Stefano Agresti
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