Dybala per favore non far lo stupido, ma pensa a un uomo di nome Sivori
02/01/2017, 20:30
di Marco Bernardini
Al canto delle sirene è difficile resistere. Già  lo sapeva il grande poeta cieco, Omero, che cantò di Ulisse il quale si fece incatenare al palo della sua nave per non correre il rischio di lasciarsi sedurre da quelle voci. Paulo Dybala forse non lo sa, ma anche lui deve arrivare a Itaca. Come tutti noi. Sarà il suo regno e la sua dimora definitiva, dopo aver girato in lungo e in largo come era scritto dal destino che lo volle eroe. Dovrà arrivarci da uomo, a fine carriera, non da omminicchiu. Ricco soprattutto della sua dignità.

Il giovane campione della Juventus, in questi giorni, sta giocando con il fuoco. Le sirene cantano per lui, eccome. Da Madrid a Barcellona, in attesa che arrivino cori anche dall’Inghilterra o persino dalla Cina. Il fruscio del denaro, oggi, possiede una potenza addirittura più seducente di un crescendo rossiniano. Ma, proprio come nell’Odissea, nascosta dietro quella melodia celestiale potrebbe nascondersi una trappola fatale. Specialmente per un ragazzo di ventitré anni il quale ha avuto la fortuna, di trovare professionalmente il suo posto delle fragole.

Dybala aveva dieci anni quando a San Nicolas, in Argentina, nella sua “facenda” che aveva voluto battezzare “Juventus” moriva Omar Sivori. Certamente, vivendo in una famiglia di sportivi, il ragazzino Paulo non poteva ignorare le gesta dell’uomo che quel giorno di febbraio aveva preso un volo senza ritorno lasciando in eredità un libro dove si racconta ancora adesso di imprese magiche. Neppure Maradona, in seguito, riuscirà a oscurare ciò che seppe fare con un pallone Omar Sivori. Il primo autentico campione planetario che, insieme con Boniperti e Charles, inaugurò la Juve moderna delle meraviglie.

Omar era l’angelo dalla faccia sporca. Dybala è l’angelo dal viso pulito. Sivori venne portato a Torino da Umberto Agnelli. Paulo è stato vestito di bianconero dal figlio Andrea. Omar avrebbe desiderato che quella maglia fosse la prima e anche l’unica da indossare come professionista del calcio italiano. Non per denaro ma solo per amore. Dybala, stando a quanto dice radio mercato, non esiterebbe ad accettare le proposte nel miglior offerente nel caso le sue richieste economiche non venissero prese seriamente in considerazione dalla società bianconera. Innamoramento, dunque, ma non amore. Desolante, proprio come per tutti i campioni attualmente in carriera.

Sivori lasciò la Juventus.  Andò a Napoli. Non perché la società di Ferlaino gli avesse offerto più denaro, ma perché ad allenare la squadra bianconera era arrivato Heriberto Herrera. Persona molto per bene però privo di fantasia e nemico dei fantasisti. Omar avrebbe dovuto snaturare se stesso. Come chiedere a Picasso di fare il geometra. Impossibile. Ricordo il giorno dell’addio nel bar davanti allo stadio Comunale, gestito da un grande ex come Muccinelli, dove Sivori piangeva come un bambino. Conquistò Napoli, ma il suo cuore era rimasto a Torino. La sua seconda città nella quale tornava puntualmente una volta smesso di giocare. Un fil rouge empatico mai interrotto neppure dopo il suo ritorno a San Nicholas. Sivori fu e sarà sempre una colonna della Juventus.

Ciò che potrebbe essere Paulo Dybala se soltanto capisse che il mondo del calcio, anche quello più cinico come quello di oggi nel quale ha avuto la sfortuna di capitare, possiede ancora delle venature etiche di rispettabilità e di dignità che vanno oltre la mercificazione dell’individuo e che permettono al gioco del pallone di sopravvivere come sogno per la brava gente. E se il giovane talento argentino, seppure un po’ meno ricco di quello che potrebbe diventare, penserà alle lacrime di Omar e rimarrà per sempre in bianconero sicuramente si guadagnerà l’amore e il ricordo eterno del popolo juventino e il rispetto. In caso contrario, purtroppo, sarà stato uno dei tanti. Da pensare distrattamente.
Marco Bernardini
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