Ecco perché il fenomeno Cina non c'entra nulla con la crescita della MLS
19/01/2017, 17:00
di Stefano Benzi
Ormai tutti parlano della Cina come della nuova frontiera calcistica, il mercato con il quale si dovranno fare I conti negli anni a venire se si vorranno trattenere i propri gioielli. Molti paragonano la potenzialità cinese e il suo atteggiamento aggressivo nei confonti del mercato europeo, con l’impostazione americana che ha dato grande slancio negli ultimi anni all’MLS. Beh, non c’è niente di più sbagliato.  

La Cina ha tanti soldi, tantissimi: e non parlo di squadre cinesi – che per altro sono espressione di multinazionali ricchissime – ma di Cina. Dietro ogni operazione di mercato da parte del campionato cinese di questi ultimi mesi c’è sempre stato di mezzo il governo, la provincia, la municipalità se non addirittura il comitato sportivo nazionale. Ogni arrivo importante in Cina significa una maggiore visibilità per il campionato, qualche nuovo distributore pronto a fare vedere il torneo (attualmente mi risulta lo stiano ancora offrendo gratuitamente alle tv europee) e un maggiore peso specifico nell’ambito del calcio asiatico. Ma questo non crea né sistema né organizzazione. 

In MLS le regole delle franchigie sono molto chiare: c’è il salary cap, un tetto di ingaggio che nessuna squadra può superare. L’unica deroga è mettere sotto contratto giocatori Under 25 che arrivino dal draft o che siano cresciuti nell’Academy del club – dieci in tutto, non pochi – e poi ogni squadra ha diritto a tre giocatori, i cosiddetti designated players, che concorrono solo in parte al salary cap. Per il resto, hanno una quota di stipendio ampio che può essere concordata al di fuori degli accordi previsti dalla Lega. Ma sono solo tre giocatori, rispetto ai dieci che si possono schierare dalla squadra giovanile o che si possono acquistare a costo quasi zero da altri campionati purché abbiano meno di 25 anni. Il che spiega il motivo per il quale gli USA, rispetto a moltissime altre realtà, siano riusciti a crescere. Non si sono affidati a una vagonata di soldi da bruciare sul mercato e basta, ma hanno voluto sviluppare un sistema che ponesse il calcio esattamente sugli stessi binari di NBA, NFL ed MLB.

Academy, tornei giovanili, gemellaggi tra franchigie e rappresentative di high-school e college. E a tutto questo hanno aggiunto un dettaglio non da poco: gli allenatori devono essere americani o quanto più possibile assoggettati al sistema americano. In pratica gli USA non vogliono imporre il know-how europeo o una mentalità sportiva diversa da quella che si respira tra le loro scuole e nei loro club che è divertire. Quanto più possibile. La finale di quest’anno di MLS tra Seattle e Toronto, vinta dai Sounders ai calci di rigore, è stata la più brutta di sempre. Uno 0-0 (l’unico in tutta la storia delle finali MLS) all’insegna del difensivismo. Il giorno dopo tutti gli appassionati di calcio su siti e social network imploravano: “Non vogliamo diventare come i campionati europei…”. 

Un’altra piccola curiosità: il salary cap dell’NBA, che l’anno prossimo verrà notevolmente alzato – il campionato americano ha perso quote rispetto ad alcuni club e tornei europei e rivuole la supremazia – è di circa 96 milioni di dollari a squadra. Quello dell’MLS è di 3.6 milioni di dollari a franchigia con un massimale a giocatore di circa 470mila dollari. Il messaggio dall’MLS, che dall’anno prossimo avrà altre due squadre a Minneapolis e Los Angeles è: fate del vostro meglio e strutturatevi. A spendere più soldi penseremo poi. Un malato di calciomercato italiano non potrebbe mai capire: ma poi vai a Portland, o a San José, o a Vancouver, e scopri che a fare concorrenza a hockey, basket, baseball e football americano c’è il soccer con 1500-2000 ragazzini under 14 pronti ad entrare in una filiera che deve portare almeno dieci ragazzi di qualità assoluta in prima squadra. 
 

Stefano Benzi
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