Francesco, il Super Bowl e le 'eresie' della Le Pen
06/02/2017, 18:00
di Marco Bernardini
L’effetto Trump comincia a farsi sentire anche nella nostra vecchia Europa. La politica protezionista del nuovo presidente americano invia messaggi neppure troppo subliminali i quali, una volta attraversato l’Oceano, provocano rigurgiti ultranazionalisti che rischiano di frantumare il già fragile equilibrio sul quale per il momento si regge ancora in piedi la UE. Dopo la scelta degli inglesi di abbracciare il teorema della Brexit, i cui effetti non mancheranno di farsi sentire strada facendo, ad alzare la voce ha provveduto la leader della nuova destra francese Marine Le Pen la quale non nasconde più la propria ambizione di diventare a marzo la nuova inquilina dell’Eliseo e che, per arrivare a realizzare quello che fu il sogno proibito di suo padre, piazza sulla cima della sua campagna elettorale la “insopprimibile necessità” di uscire dal cartello europeo e di tornare immediatamente alla vecchia moneta del franco.

Come avviene in Italia con Salvini, il cui appeal popolare in ogni caso non è paragonabile a quello della bionda francese, la classe media e una parte di sottoproletariato particolarmente emarginato sembra essere affascinato dal teorema separatista. Ciò, storicamente, avviene nel momento in cui la borghesia si trova a rischio di estinzione e per tentare di recuperare terreno decide di appoggiarsi all’uomo forte che, nel caso della Francia, sarebbe una donna. Così, dopo aver faticato più di Sisifo e di Ercole pur di arrivare alla creazione di un Continente omogeneo e solidale almeno nei propositi delle buone intenzioni ci troviamo sul confine che separa un futuro anche soltanto decente da un ritorno al passato antistorico e oscurantista composto da nazioni pronte ad azzuffarsi per un nonnulla. Più in là soltanto il baratro.

Non è un caso dunque se Papa Francesco, in teleconferenza mondiale, ha voluto ritagliare la sua ultima omelia intorno ad un avvenimento sportivo. Il Santo Padre, in qualità di Pontefice davvero contemporaneo e sempre molto attento alle mutazioni sociali in atto nel mondo, ha preso a prestito il Super Bowl ovvero l’evento più importante a livello popolare degli Stati Uniti per lanciare un nuovo messaggio di pace e di solidarietà perché, ha detto in spagnolo quasi per sfidare Trump, “lo sport ha il grande potere di unire i popoli o comunque ciò che qualcuno vorrebbe dividere”. Non si tratta di propaganda o di demagogia populista, ma di considerazioni che fanno capo a una attenta analisi di società che sempre più spesso abbandonano la sana regola dell’agonismo per abbracciare quella malsana dell’antagonismo.

Sicchè noi che ci occupiamo anche o principalmente di sport dobbiamo sentire forte il dovere di esercitare il nostro ruolo usando gli strumenti che servono per andare avanti in maniera costruttiva e consapevole per la costruzione di una nuova società che ignori coloro i quali ci vorrebbero far tornare indietro. Lo sport, in senso ampio, è medicina globale contro i concetti di isolazionismo e di autarchia intellettuale padre e madre delle dittature. Il calcio, poi, è diventato un collante sul serio universale che neppure i Paesi più schivi e lontani si permettono di ignorare. Delegittimare e smembrare l’Europa vorrebbe dire anche cancellare quel gioco che, bene o male, unisce i popoli e consente loro di sfidarsi, più o meno lealmente, facendo appello alla passione e non ricorso alla violenza.
Marco Bernardini
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