Il rivoluzionario Ulivieri è cambiato: dal busto di Lenin a quello di Tavecchio
08/02/2017, 12:45
di Stefano Agresti

C’era un giorno Renzo Ulivieri da San Miniato, classe 41, allenatore di professione, rivoluzionario per vocazione. Quello che aveva il busto di Lenin sulla scrivania. Quello che si incatenò davanti alla sede della Federcalcio per difendere gli allenatori dilettanti dei settori giovanili, e ci rimase anche la notte. Quello che “dalle nostre parti nessuno odia Berlusconi, al massimo ci sta sui coglioni”. Quello che “in tv non si vede il calcio, perché la tv è un preservativo: annulla e mistifica”. Quello che scriveva editoriali croccanti in esclusiva per Calciomercato.com, senza freni e timori. Quello dissacrante e comunista, impegnato nel sociale, che se la prendeva con il potere e il palazzo.

Renzo Ulivieri, tra un mese, nel suo ruolo di presidente dell’Associazione allenatori, sarà probabilmente l’uomo che consentirà a Tavecchio di essere rieletto presidente della Federcalcio. Al di là di qualche segnale positivo (o non negativo) mostrato nell’ultimo periodo, Tavecchio è davvero il dirigente più lontano possibile dal vecchio Ulivieri. Per scelte, per comportamenti, per atteggiamenti, per sensibilità. Da Optì Pobà in poi, non abbiamo mai pensato che tra i due potesse nascere un qualsivoglia tipo di feeling. Invece oggi il 10 per cento dei voti degli allenatori, quasi certamente decisivi per l’elezione del presidente federale, è orientato proprio verso Tavecchio. Per carità, non è che l’alternativa sia un sessantottino antisistema, anzi. Ma quanto meno l’elegante Andrea Abodi (che entro breve dovrebbe ufficializzare la sua candidatura) è politicamente corretto, dialetticamente impeccabile e alla guida della lega di Serie B qualcosa di nuovo e positivo, se non di rivoluzionario, l’ha fatto.

Noi, che ospitiamo orgogliosi gli interventi di Renzo Ulivieri (quelli ancora croccanti) e ne apprezziamo l’impegno anche fuori dal calcio, continuiamo a pensare che, in fondo, sia rimasto quello di un tempo. Anche se questa sua svolta tavecchiana un po’ ci sorprende. Ma, soprattutto, ci assale un dubbio feroce: sulla sua scrivania Renzaccio avrà ancora il busto di Lenin o l’avrà sostituito con quello di don Carlo da Ponte Lambro? 

@steagresti
 


Stefano Agresti
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