L'addio annunciato di Spalletti ha eliminato la Roma
05/04/2017, 00:05
di Giancarlo Padovan
Mai sconfitta fu più dolce, mai vittoria fu più inutile. All’Olimpico non importa chi vince il derby di ritorno di Coppa Italia, ma chi va in finale contro Napoli o Juve. E’ la Lazio di Simone Inzaghi, brava a capitalizzare gli errori della Roma che Spalletti ormai non controlla più. 

Sicuramente, mettendo sul piatto di questa partita il proprio futuro, l’allenatore intendeva spronare la squadra a dare anche quello che non ha. Ma ha finito, forse, per zavorrarla di responsabilità e di ansia. Tuttavia la responsabilità tecnica dell’eliminazione risiede nella gara di andata, persa per 2-0, cioé con un punteggio netto e difficilmente rimediabile.

Ci sarebbe voluto un gol subito e quel gol Dzeko lo ha mancato dopo appena due minuti. Se il bosniaco avesse segnato, la Roma sarebbe saltata in groppa alla partita. Invece si è limitata a controllarla, in attesa di una scintilla che si accendesse autonomamente (un episodio, un calcio da fermo), senza cercare il percorso del gioco, cioé la strada che Spalletti batte quasi sempre. La mia impressione è che la Roma si stia sfarinando e che anche l’allenatore abbia contribuito a questo processo, seppur involontariamente. Non sono i calciatori che si sono staccati da lui, ma lui dai calciatori, consapevoli di avere al comando un uomo deciso a chiudere comunque la sua esperienza romanista.

Dall’altra parte Simone Inzaghi non ha sbagliato nulla. Non ha fatto una partita di contenimento, ma di posizione, sapendo che la Roma prima (ed è successo con Manolas) qualcosa avrebbe sbagliato e poi (gol di Immobile) molto avrebbe concesso. La qualità migliore della Lazio attuale è di avere una squadra di eclettici, da Lulic a Milinkovic Savic, da Lukaku ad Anderson. Inzaghi ha vinto con il collettivo, non necessariamente con un sistema di gioco, anche se ha capito che annullare Dzeko con una doppia marcatura e schierare una difesa a cinque sui tanti cross messi dentro dalla Roma, avrebbe costituito un vantaggio.

Eppure, per ironia della sorte ed errore di uno dei migliori (DeVrij, sostituito all’intervallo da Hoedt), la partita era tornata in equilibrio con il gol di El Shaarawy. Questo accadeva al 43’, cioé sei minuti dopo il vantaggio di Milinkovic-Savic. Non dico che ci sarebbe stato tutto il tempo per realizzare tre gol (sarebbe stato comunque difficile), ma mi sarei atteso, da parte della Roma, un secondo tempo con il sangue agli occhi (chiedo scusa per l’espressione un po’ cruda).

Invece, non solo non è accaduto, ma stolidamente la squadra di Spalletti ha concesso campo al contropiede avversario. L’errore, ancora una volta, è stato di Manolas che ha tenuto la linea della difesa altissima per un improbabile fuorigioco, senza accorgersi che Immobile gli scappava dietro le spalle. A quel punto, la partita della Lazio è finita ed è cominciata quella della Roma.

Certo, l’umore era particolare (sarebbero serviti quattro gol per qualificarsi), ma almeno c’è stata trama, manovra e predominio. Il pareggio di Salah non è stato un caso per due motivi. Il primo è che a propiziarlo è stato El Shaarawy, il migliore tra i giallorossi, con un diagonale sul palo. Il secondo che Salah, dopo un primo tempo anonimo, ha avuto un sussulto di dignità. 

Così, alla fine, dopo qualche spreco di troppo e un paio di incertezze di Strakosha che avrebbero potuto riaprire clamorosamente il confronto, la Roma ha trovato ancora con Salah il gol della platonica vittoria (male ancora Strakosha sul tiro di Nainggolan).
 
Il risultato non conta niente perché in finale va la Lazio, ma almeno testimonia che la Roma è viva. Cosa le resta adesso? Un improbabile inseguimento alla Juve, distante sei punti, quando mancano otto giornate alla fine. Spalletti ci proverà, ma è l’ultima spiaggia - anche se la più lucente - per sfuggire ad una stagione di occasioni mancate.
Giancarlo Padovan
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