La differenza tra i bravi ragazzi di Conte e i fannulloni di Prandelli
12/12/2016, 18:00
di Marco Bernardini
La bravura e la competenza sono qualità indispensabili per chi ha in animo di realizzare quelle che si chiamano imprese. Doti, talvolta innate, che però se strada facendo non trovano il sostegno della buona sorte rischiano di venir vanificate. Un esempio abbastanza evidente e clamoroso lo si può trovare scritto nel destino di due allenatori italiani, migranti di lusso in terra straniera, legati dal fil rouge che li ha visti entrambi transitare come calciatori di successo nella Juventus e, successivamente, con risultati differenti nei panni di ct della nostra nazionale azzurra. Antonio Conte, attuale tecnico del Chelsea, e Cesare Prandelli, responsabile del Valencia. Per loro due vigilie di Natale portatrici di suggestioni opposte come le due facce della Luna.

Conte, dopo aver superato un esordio perlomeno tribolato al punto da insinuare nella testa del suo presidente Abramovich l’idea di un possibile licenziamento, ha saputo condurre la sua imbarcazione londinese in acque non solo tranquille ma addirittura dolci e ricche di buon pesce, dove la brezza che spira a gonfiare le vele possiede il profumo del successo supportato dalla musica di una marcia trionfale per le note della “nona” di Beethoven. Stonati e freddi sono i suoi che, al contrario, arrivano, dalla goletta valenciana sulla quale Prandelli sta vivendo forse persino le sue ultime ore di permanenza al timone con l’espressione amara che aveva il comandante del Bounty dopo l’ammutinamento del suo equipaggio. In queste ore, con il tecnico di Orzinuovi che è volato a Singapore per incontrare il padrone del club Peter Lim, verrà scritto o riscritto il futuro della squadra spagnola. Le dimissioni del tecnico sono alle porte.

La chiave di lettura per interpretare in maniera corretta queste due situazioni si trova nelle parole spese dai due interessati nei confronti dei loro giocatori. “Bravi ragazzi che hanno saputo assimilare alla perfezione le mie idee sul gioco del calcio. Non posso fare altro se non ringraziarli”. Questo, in sintesi, il manifesto di Conte. “Un gruppo sfilacciato composto da elementi presuntuosi che, in campo e fuori, viaggiano ciascuno per conto proprio. Dipendesse da me, più di mezza squadra meriterebbe di essere spedita a casa”. Questo, senza mezzi termini, il lamento di Prandelli il quale ribadirà al “capo asiatico” il suo punto di vista secondo il quale il Valencia, quart’ultimo in classifica della Liga, è un accozzaglia di fannulloni. Volendo fermarsi a questo punto del’analisi molto altro non ci sarebbe da aggiungere. Conte, scegliendo il Chelsea come sua nuova abitazione professionale, avrebbe avuto anche la “fortuna” di trovare a sua disposizione un gruppo di bravi e seri ragazzi. Prandelli, accettando l’incarico in Spagna, avrebbe avuto anche la “jella” di trovarsi a gestire una banda di cialtroni un bel po’ viziati. Un sistema, credo, un tantino sbrigativo per liquidare la faccenda.

Scendendo un poco di più in profondità, ritengo sia opportuno prendere atto che il successo di Conte e il fallimento di Prandelli abbiano un denominatore comune nel differente approccio che ciascuno del due allenatori ha riservato quando si è trattato di prendere in mano le redini delle rispettive situazioni. Esattamente come è accaduto per la nazionale italiana, alla fine della fiera emerge netta la  fotografia di due uomini e di due allenatori i quali, per scuola professionale e per indole caratteriale, si trovano agli antipodi l’uno rispetto all’ altro. Il vulcanico e persino maniacale Conte non ha bisogno di una società tradizionalmente strutturata alle spalle. Tant’è, la sua “crisi” al Chelsea era esplosa quando il presidente russo voleva intervenire in prima persona nelle scelte tecnico-tattiche che Conte non condivideva. Conte ha soltanto bisogno di avere intorno a sé un gruppo di “gladiatori”pronti non solo a sentirlo ma ad ascoltarlo. Al resto ci pensa lui. Prandelli, al contrario, ha la necessità di poter contare dietro le sue spalle di una società in grado di usare quel pugno di ferro e quei metodi da scuola per allievi “marines” che non sono nelle corde di un allenatore il quale, pensando erroneamente che tutti i giocatori siano persone mature e consapevoli, preferisce la tecnica del dialogo e della persuasione a quella della minaccia. Insomma, il Chelsea è di Conte anche oltre ad Abramovich. Il Valencia non potrà mai essere di Prandelli avendo un patron di Singapore che in Spagna non mette mai quasi piede. E visto che, dopo l’esperienza infausta del Galatasaray, il buon ( e comunque bravo) Cesare è ricaduto nella trappola di una società “fantasma” il  minimo è chiedergli maggiore prudenza  prima di accettare avventure dal destino segnato.
Marco Bernardini
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