Ministro Minniti, quante banalità: ecco perché le famiglie non vanno allo stadio
02/04/2017, 13:00
di Pippo Russo
Il Corriere dello Sport-Stadio ospita oggi un’interessante intervista col ministro degli Interni, Marco Minniti. Un’intera pagina nella quale vengono toccati tutti i temi inerenti la gestione del Sistema Calcio, visti con gli occhi del massimo responsabile del governo per le materie di ordine pubblico. Si tratta di un documento interessante, per la cui realizzazione vanno fatti i complimenti ai due autori, Stefano Barigelli e Fabio Massimo Splendore. Se ne ricava molti spunti di riflessione, e in termini complessivi una visione del modo in cui il calcio italiano viene percepito e rappresentato da chi governa in questa fase il paese. Emergono anche delle forti banalizzazioni, che da un ministro della repubblica avremmo preferito non sentir pronunciare.

Una di queste riguarda la retorica sul ruolo salvifico che gli stadi di proprietà dovrebbero avere per l’economia dei nostri club. Un racconto acritico della situazione presente e delle sue prospettive di sviluppo. Che si basa sull’idea dello stadio già pronto e operante come fosse stato calato da un’astronave, e sembra non tenere conto degli spaventosi costi d’investimento, della penuria d’investitori, e dei lenti quanto incerti tempi per il raggiungimento del punto di pareggio. Quanti club italiani, oggi, sarebbero davvero in grado di lanciarsi in quest’avventura senza rischiare l’osso del collo? Ecco la domanda a cui nessuno risponde, anche perché nessuno mai la pone. Meglio insistere col racconto di una nuova Età dell’Oro pallonara basata sullo sviluppo fondiario.

L’altra grande banalizzazione è quella legata alla pacificazione dei nostri stadi. Rispetto a questo tema, il ministro ha esibito dati trionfalistici riguardanti il calo generalizzato degli incidenti in occasione delle gare. Numeri oggettivi, che però andrebbero per lo meno filtrati incrociandoli con altri due elementi d’analisi. Il primo è il calo costante degli spettatori nei nostri stadi, come certificato per l’ennesima volta dal report più recente dell’Osservatorio Calcio. Ovvio che con gli spettatori in fuga dagli impianti diminuiscano pure gli incidenti. Il secondo elemento richiama i fatti di cronaca recente, con le aggressioni subite da calciatori di Lega Pro in momenti diversi da quelli gara. Giusto per ricordare che la violenza del calcio si sposta rispetto allo spazio della partita e al confronto fra tifoserie avversarie.

Ma riguardo al motivo della pacificazione degli stadi, la banalità assoluta in cui il ministro incappa è l’auspicio che “le famiglie tornino allo stadio”. Ecco, su questo motivo bisognerebbe chiarirsi le idee una volta per tutte. Anche perché è ricorrente, e pernicioso nella sua vuotezza. Ci si dovrebbe chiedere innanzitutto a quali famiglie ci si riferisca, nell’Italia odierna caratterizzata da tassi demografici in calo. Proseguire informandosi su quante famiglie italiane, oggi, possano permettersi il costo del biglietto allo stadio (un costo che negli stadi privati aumenterà, ma questo i cantori dell’ottimismo non lo dicono). E infine provare a individuare quali siano, oggi, i luoghi in cui la famiglia media italiana riesce ancora a radunarsi con regolarità. Si scoprirebbe che già mettere tutti insieme a tavola la domenica è impresa non scontata. Pensare di riportare questa formazione allo stadio, e farne uno dei volani per il rilancio del nostro calcio, significa impostare l’economia del pallone su visioni e idee fuori dal tempo. Mentre il ritardo manageriale rispetto alle leghe europee che ci precedono continuerà a accumularsi.

@pippoevai
Pippo Russo
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