Pioli sbaglia la formazione, non i cambi
19/02/2017, 16:45
di Giancarlo Padovan
La domanda è se abbia avuto ragione Stefano Pioli ad inserirlo giusto al 75’ al posto di Palacio o se abbia avuto torto ad averlo tenuto, ancora una volta, così tanto in panchina. Interrogativo ozioso guardando il risultato: Gabriel Barbosa, detto Gabigol, questa volta ha fatto centro appena dopo cinque minuti dal suo ingresso in campo. E l’Inter, che davanti non trovava sbocchi e aveva creato pochissime occasioni, ha preso tre punti fondamentali a Bologna.

Da domenica, nello scontro quasi diretto con la Roma (momentaneamente a più cinque, ma con una partita in meno), tornerà Mauro Icardi e l’Inter non soffrirà più davanti come invece è successo a Bologna e, in parte, domenica scorsa in casa con l’Empoli. Tuttavia un dubbio, amletico e prepotente, è stato spazzato del tutto: Gabriel Barbosa è un attaccante vero e tornerà utile da qui alla fine della rincorsa europea.

Non lo scrivo solo perché ha fatto gol con un comodo tocco di sinistro sotto porta, ma perché un altro lo ha cercato (tiro dal limite deviato da un difensore) e, soprattutto, perché ha mostrato una vivacità assai diversa da quella di Palacio, quasi inerte per l’intera sua partita.

L’argentino, all’11’, ha mancato una rete clamorosa (cross di Perisic, da sinistra) mettendo alto, seppur incontrastato, da dentro l’area del portiere bolognese.

Per quasi un tempo  l’Inter ha sfondato proprio sul versante mancino. Merito di D’Ambrosio (tornato a destra con l’ingresso di Ansaldi al 58’), a mio giudizio il migliore in campo. D’Ambrosio ha corso, si è sovrapposto e ha giocato più palloni di tutti i suoi compagni. La differenza, rispetto al passato, è che li ha toccati talmente bene da risutare decisivo al pari di Gabigol: suo, infatti, l’invito a spingerla in rete dopo che Banega aveva pescato l’esterno interista nell’ennesima proiezione offensiva, in quel che si chiama movimento senza palla o attacco alla profondità, due modi per indicare lo stesso sistema di scardinamento di una retroguardia serrata.

Se, dunque, Pioli ha azzeccato i cambi (Barbosa ha preso il posto di Palacio e Banega quello di Candreva nello stesso minuto, il 75’), non altrettanto si può dire di alcune scelte di formazione (Palacio è stato nullo) o della posizione di Gagliardini (più difensivo, ma anche meno propositivo, a causa della “protezione” dovuta a Joao Mario che non è un mediano). Se a questo aggiungiamo un Candreva monocorde (un solo cross periocoloso da destra nel secondo tempo) abbiamo il quadro completo di un’Inter poco incisiva e molto prevedibile. 

La partita non è stata bella anche per colpa del Bologna che si è votato quasi esclusivamente al contenimento, anche se non esattamente passivo. Linea a quattro dei difensori abbastanza alta, qualche buona palla lavorata da Petkovic in avanti, un paio di conclusioni di Verdi, peraltro in giornata grama. Poco.

L’Inter ha giocato a ritmi troppo bassi per schiacciare l’avversario, figurarsi per travolgerlo. Però non si può dire che non abbia cercato la porta con regolarità nella ripresa: Perisic (9’) al volo; Eder (13’) tiro strozzato e gol sbagliato; ancora Perisic (15’) appena sopra la traversa.

Eppure a 10’ dalla fine, insieme al risultato, sembrava inchiodata anche l’Inter. Serviva una soluzione estemporanea (quelle tentate da Perisic) o un’azione congegnata  attraverso il collettivo. Il fatto che sia arrivata la seconda, grazie ai due nuovi entrati (Banega e Barbosa) e a quello che aveva fatto di più (D’Ambrosio), non è un caso. Anzi, eventualmente, la conferma che Pioli, a quel punto, cercava la profondità (Banega) e non solo il cross (Candreva).

Certo, al 94’, a salvare tutto, ci ha dovuto pensare Handanovic. Sul lancio dalla destra del Bologna, Petkovic, al centro, ha prolungato per l’inserimento di Torosidis che ha colpito da due passi. Prima di lui, però, si era mosso il portiere dell’Inter mettendo la sua firma, oltre che quella di Gabigol, su una vittoria profumata d’Europa.             
Giancarlo Padovan
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