Quella notte che contro il Porto la Juve cancellò Atene
13/12/2016, 16:15
di Marco Bernardini
Quel giorno i portoghesi eravamo noi. Darwin Pastorin e il sottoscritto in viaggio a sbafo con partenza da Torino e destinazione Basilea. Entrambi inviati speciali del quotidiano Tuttosport per raccontare un serata di pallone molto speciale. Era il 16 maggio del 1984 e, malgrado fosse trascorso un anno, esattamente come tutti i tifosi juventini sentivamo ancora addosso e dentro i residui dell’untuosa patina provocata da una folle e perfida notte greca. Quella, per intenderci, che ci aveva visti arrivare ad Atene belli e pimpanti con la certezza di poter diventare i campioni di Europa. Quella che, maledizione, ci fotografò avviliti e depressi lungo la strada di un ritorno straccione come i poveri reduci dalla campagna di Russia. La coltellata di Magath aveva affondato nel cuore bianconero e la ferita, allora mortale, non si era ancora rimarginata dopo dodici mesi. Fu forse per questa ragione che, Darwin ed io, alla vigilia della trasferta in Svizzera decidemmo di sparigliare le carte al tavolo con il destino e di inventarci per scaramanzia un nuovo percorso di avvicinamento all’appuntamento. Niente viaggio canonico in aereo con i colleghi. In automobile, dunque, come la maggior parte delle cinquantamila anime attese a Basilea da tutta Europa per sostenere la Juventus che avrebbero formato sulla strada un serpentone lungo duecento chilometri. In macchina con Gianmarco Calleri uno fra i personaggi più bizzarri e simpatici che mi sia mai capitato di incrociare durante tutto il percorso professionale. Ex giocatore di discutibile talento sarebbe poi entrato di prepotenza nella stanza dei bottoni come presidente prima della Lazio e poi del Torino. Quando improvvisamente morì suo fratello Giorgio che per lui era una guida irrinunciabile lasciò il calcio ma non smise lo stesso di stupire rivelandosi anche discreto attore di cinema.Al tempo di quella trasferta in Svizzera era il patron dell’Alessandria.

Un viaggio interminabile per raggiungere Basilea, un gioiello di città nelle cui stradine era possibile respirare aria di epoca da cavalieri mediovali. Si cementò un’amicizia che sarebbe durata nel tempo. Intanto, arrivati nel luogo della disfida con il Porto, Darwin ed io eravamo convinti di aver fatto segnare un punto a favore della buona sorte per la Juve grazie a quel cambio di copione rispetto ad Atene. Non restava che verificare il risultato. Di lì a poco.
Cinquantamila tifosi bianconeri. Poco più di ottomila quelli arrivati dal Portogallo. Si vedeva e, soprattutto, si sentiva. Ma anche in Grecia la scenografia era stata più o meno la stessa con i tedeschi sovrastati per numero e canti dal popolo juventino. Sicché era possibile percepire, in quella sera svizzera dai colori unici pennellati da un tramonto indimenticabile, un certo fastidioso imbarazzo figlio di un tarlo che rosicchiava dentro la scatola della memoria evocando fantasmi amburghesi. Fino al momento in cui il “re dei re”, in arte Michel Platini, pensò bene di confezionare una palla magica e di farla pervenire tra piedi di un piccolo e grande uomo, in arte Beniamino Vignola. Era biondo e leggero che pareva un angioletto. Fragile, forse, ma indiscutibilmente talentuoso. Non a caso, dopo il suo esordio, la critica aveva sussurrato di un “nuovo Rivera” all’orizzonte. Comunque un “riverino”. Come lo ribattezzarono i compagni. Toccò a lui, su suggerimento di Michel, dare il via all’esorcismo che avrebbe cancellato il demone ateniese. Il suo tiro, preciso e violento, mandò il pallone dentro la rete portoghese e spedì il popolo bianconero fin davanti alle porte del paradiso. Erano spalancate per fa entrare la Signora con la sua gente. Improvvisamente si rinchiusero con un botto. Il gol del pareggio segnato dal Porto fece tornare a galla infausti presagi.

Ma quella non era la Juventus di Atene. Non per carattere e grinta. Con i suoi Campioni del Mondo, guidati da Scirea, e con i suoi nuovi “saranno famosi”, da Tacconi a Vignola, appunto, ben istruiti da un assatanato Giovanni Trapattoni mostrarono subito dopo il pareggio che non avevano alcuna intenzione di replicare una tragedia shakespeariana. Platini, abbandonando ogni regale presunzione, si piazzò dietro le quinte per un lavoro prezioso ma oscuro e in scena comparve come titanico solista Zibi Boniek per confermare con le sue scorribande barbariche e con il gol del due a uno di meritare sempre di più il titolo di “bello di notte” coniato per lui dall’avvocato Gianni Agnelli. Il fischio dell’arbitro per la chiusura della sfida consegnò la Juventus alla leggenda e nelle mani di Gaetano Scirea (foto barcalcio.net) quella Coppa delle Coppe che si trova, come pezzo unico, nella bacheca dei trionfi bianconeri.

Ricordare tutto ciò, alla vigilia di una nuova puntata europea per Juventus e Porto, fa bene al cuore. E magari potrebbe anche portare bene.
Marco Bernardini
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