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10 anni fa, la notte in cui Borgonovo e Baggio commossero il mondo
Dieci anni fa un uomo coraggioso alzava il velo sulla propria malattia, si faceva forza della propria fragilità e costringeva il mondo dentro cui aveva sempre vissuto a fare i conti con una «brutta bestia». L’uomo si chiamava Stefano Borgonovo, la malattia la Sla. Quel giorno a Firenze - 8 ottobre 2008 - le squadre che scesero in campo - Fiorentina e Milan - giocarono qualcosa di più di una partita. Regalarono a chi ancora non sapeva una password, la chiave d’accesso all’altra faccia del pallone, l’altro lato della luna, quello buio, segnato dal dolore e dalla disperazione, ma anche percorso - grazie a Stefano - da un pulviscolo di luce, come quelli che ci attendono quando apriamo le finestre in una stanza chiusa per troppo tempo.

C’erano, quella sera, Ronaldinho e Baggio, Gullit e Pruzzo, Van Basten e Donadoni, c’erano Giovanni Galli e Franco Baresi, Nappi e Albertini, Paolo Maldini e Lippi, Prandelli e Ancelotti, Sacchi e Agroppi, c’erano i compagni di ieri, quelli che con Stefano avevano condiviso anni di pallone e i colleghi di oggi, che di Stefano sapevano poco o niente. C’era la sua famiglia, la moglie, le figlie. C’erano i suoi amici, come Carlo Pallavicino, che di quella partita è stato l’ideatore, colui che ha costruito il piedistallo utile non a celebrare l’amico Stefano o l’ex calciatore Borgonovo, ma prezioso e necessario per dare forma concreta ad una ricerca che da lì, da quella notte fiorentina, ha preso il via. Tre anni prima Pallavicino era venuto a conoscenza della malattia dell’amico per caso, durante una telefonata come tante, tra parole che inciampano e timide bugie, ed era stato allora che aveva deciso di fare qualcosa per «Borgo, fratello mio, il più aperto, sincero, scanzonato tra i duecento giocatori che ho assistito in venti anni», come raccontò poi pubblicamente. C’erano trentamila persone, in un Franchi che si commuoveva, piangeva e sorrideva di tenerezza nel vedere il sorriso di Stefano mentre veniva accompagnato da Roby Baggio e dalla figlia Benedetta sotto la Fiesole. Trentamila a battere le mani, per far coraggio a se stessi, per credere che quel vecchio ragazzo che non avrebbe vissuto a lungo era lì per dimostrare che c’era molta vita nei suoi occhi e nei suoi sorrisi. Alla fine della serata il ricavato - circa 400.000 euro - fu la prima benzina nel motore della Fondazione Borgonovo.

Quella sera la moglie di Borgonovo, Chantal, aprì il suo cuore: «Ai malati di Sla dico di non abbandonare mai la speranza: io ho fiducia nella scienza e penso al futuro con ottimismo». Oggi la Fondazione Borgonovo Onlus è un punto di riferimento nella ricerca per vincere la Sla. Stefano se n’è andato il 27 giugno del 2013, aveva 49 anni. Da quella partita sono passati dieci anni. Da allora il mondo del calcio deve fare i conti con la Sla. Altri suoi colleghi se ne sono andati, qualcuno in silenzio, i più seguendo l’esempio di Stefano, che aveva reso pubblica la sua malattia. «Penso che insieme abbiamo fatto nascere qualcosa che distruggerà la 'stronza’», fu il messaggio che Borgonovo consegnò a chi, quella sera di dieci anni fa, ebbe in dono da un uomo coraggioso il regalo più bello che si possa ricevere: la speranza. 
Furio Zara

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