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Agnelli guida i club verso la Superlega. Ecco il perché della terza coppa Uefa
Qualche idea più precisa su come si stia procedendo verso la Superlega Europea è venuta la scorsa settimana dal World Football Summt di Madrid. In quell'occasione Andrea Agnelli, nella doppia veste di presidente della Juventus e dell'European Club Association (ECA), ha effettuato un intervento che conteneva le linee d'un vasto programma di riforme del calcio internazionale. Un programma disegnato per andare incontro alle esigenze dei club d'élite e cacciare in un cantuccio Fifa e Uefa. Il tutto accompagnato dalla scontata retorica della razza padrona, con tanto di richiamo al “noi che produciamo la ricchezza mentre altri comandano senza rischiare nulla”.

I diversi punti toccati convergono verso una riorganizzazione delle attività internazionali che tenga al centro le esigenze delle società calcistiche e restringa ulteriormente lo spazio dedicato alle nazionali. Secondo Agnelli, il motivo primario di questa nuova scansione sarebbe quello di tutelare i calciatori, “che se sfruttati al massimo rischiano di rompersi facilmente come le vetture di Formula 1”.

Nessuno dalla platea si è alzato per dirgli che anche sottoporli a tournée intercontinentali durante le settimane della preparazione estiva possa essere usurante per i calciatori, e che con queste scelte l'attività delle nazionali c'entri nulla. Ma il contesto non prevedeva contraddittorio, e dunque Agnelli ha continuato a illustrare le misure la cui realizzazione è di sommo interesse per i club dell'élite europea.

Nel farlo, il presidente del club bianconero ha rivolto un pubblico elogio a colui che nel precedente articolo abbiamo indicato come il il commissioner in pectore della Superlega prossima ventura: Javier Tebas Medrano, presidente della Liga spagnola (LEGGI QUI LA PRIMA PUNTATA). Il passaggio si è registrato quando Andrea Agnelli ha fatto cenno alle polemiche generate in Spagna dal piano di far giocare negli Usa, il 19 gennaio 2019, la gara di campionato fra Girona e Barcellona. Lo ha fatto per dire che a suo giudizio l'iniziativa non è così peregrina, e che anzi auspica venga adottata anche per partite del campionato italiano. Ha aggiunto che “Tebas ha lavorato bene”, e questa frase suona come un'investitura ufficiale. Ma la parte più importante dell'intervento tenuto dal presidente juventino è quella dedicata a due temi che soltanto in apparenza sono separati: la Superlega per club e il ritorno alla terza competizione europea. Quest'ultimo tema era stato già annunciato nel corso dell'assemblea generale annuale dell'ECA tenuta il 10 e 11 settembre a Spalato, e si era presentato da subito come l'ennesimo strumento usato dalla lobby dei principali club europei per mettere spalle al muro l'Uefa.

In apparenza, la pressione per organizzare una terza coppa continentale sarebbe in contraddizione con la Superlega Europea. Che nell'idea generale dovrebbe essere qualcosa di molto simile alla lega professionistica nordamericana. Dunque un campionato chiuso, sganciato dal meccanismo promozione-retrocessione. Ne consegue che i club affiliati a tale manifestazione secedano dai rispettivi campionati nazionali, e che la stessa architettura delle competizioni europee organizzate dall'Uefa diventi cosa estranea ai loro interessi. E invece è probabile che il piano di Superlega sia più complesso e articolato rispetto a tale versione.

Magari un giorno si arriverà davvero a una formula simile a quella della lega chiusa di stampo nordamericano. Simile, però. Non uguale. Nel senso che forse un minimo di apertura al ricambio andrà lasciato. Magari dei meccanismi soft che non mettano a repentaglio la posizione dei top club, e al tempo stesso diano il pepe ai club di seconda o terza fascia. Per questo sarebbe coerente che un disegno complessivo di Superlega preveda non soltanto un campionato d'élite dalla portata continentale (o intercontinentale, grazie alla partecipazione di club nordamericani e sudamericani), ma anche tornei continentali di seconda e terza fascia. Una piramide delle competizioni la cui organizzazione richiederebbe un apporto dell'Uefa, dato che lo sforzo organizzativo sarebbe ben più arduo che quello di un torneo internazionale limitato all'élite.

E a quel punto l'Uefa si troverebbe davanti a un bivio molto difficile: assecondare le richieste dell'ECA, e dunque smembrare i campionati nazionali per ridisegnare le competizioni su dimensione continentale; o arroccarsi in difesa delle proprie prerogative (oltreché del cosiddetto Modello Europeo), ma col serio rischio di vedere andare via quel segmento di calcio continentale che fa da locomotiva per l'intero movimento. Ma quale che sia la scelta, rimane il fatto che per l'Uefa si tratti di giocare esclusivamente sulla difensiva. Una pessima fine, per la confederazione del calcio europeo.
 
Pippo Russo

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