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Allardyce, Cellino e calcio marcio: il Daily Telegraph aveva ragione
Nel 2016 era stato uno scandalo fra i più pesanti del calcio inglese, tanto da provocare le dimissioni del CT della nazionale dopo soli 67 giorni dall'assunzione dell'incarico. A due anni di distanza, la testata che lo ha svelato dopo un'inchiesta durata dieci mesi si è vista dare ragione quasi in toto. Tranne qualche passaggio in cui l'interpretazione giornalistica è stata leggermente forzata, l'inchiesta del Daily Telegraph intitolata “Football for sale” e le accuse rivolte all'ex allenatore della nazionale Sam Allardyce erano fondate nonché legate a fatti di pubblico interesse. È quanto ha stabilito un'indagine dell'Independent Press Standard Organisation (Ipso), a cui l'attuale allenatore si è rivolto presentando una lista di 25 violazioni di cui si è sentito vittima dopo la pubblicazione dell'inchiesta. Dall'Ipso è giunta una risposta che, come riferisce il dettagliato articolo pubblicato stamani sul sito della BBC, soddisfa entrambe le parti. Il Daily Telegraph si è visto dare ragione su 22 dei 25 motivi di lamentela, mentre i restanti tre punti contenevano delle leggere inaccuratezze che potrebbero dare a Allardyce la possibilità d'intraprendere un'azione legale contro la federcalcio inglese (FA).

La vicenda risale a settembre 2016, quando il quotidiano britannico pubblicò una serie di articoli frutto d'un lungo lavoro d'inchiesta (dieci mesi) condotto anche con l'utilizzo di telecamere nascoste. Il principale fra i personaggi coinvolti fu proprio Allardyce, cui da poco era stato conferito l'incarico di guidare la nazionale, eliminata pochi mesi prima dall'Islanda agli ottavi di finale dell'Europeo 2016. Il tecnico aveva già guidato la nazionale dei Tre Leoni nella gara in Slovacchia (vinta 1-0) valida per le qualificazioni ai Mondiali di Russia 2018. Ma nel frattempo si era già lasciato andare a chiacchierate estremamente incaute con due interlocutori che credeva essere uomini d'affari provenienti dall'estremo oriente e invece erano cronisti del Telegraph sotto copertura. Fra i tanti temi trattati durante quelle conversazioni, il più delicato ha riguardato i modi per aggirare il divieto contro le TPO, entrato in vigore poco più di un anno prima (1° maggio 2015).

Secondo gli autori dell'inchiesta, Allardyce affermò di conoscere i metodi per rendere inefficaci “quelle regole ridicole” e quali siano i paesi in cui ciò si possa realizzare in modo più agevole. Gli articoli avevano anche parlato di una sua disponibilità a accettare un incarico di consulenza da 400 mila sterline per occuparsi di questo tipo di pratiche. Cosa che dal punto di vista della FA risultava doppiamente inaccettabile: perché un suo dipendente lautamente pagato (contratto da 3 milioni di sterline annui, più bonus) risultava pronto a mettersi al servizio di un altro committente, e perché quello stesso dipendente si diceva pronto a far violare regole sulle TPO che la stessa federazione aveva inasprito prima di altri, nel 2008. Allardyce non fu l'unico soggetto a parlare incautamente coi cronisti sotto copertura. Una figuraccia venne rimediata da Massimo Cellino, allora proprietario del Leeds United, che con dei perfetti sconosciuti prese a parlare liberamente dell'eventualità di vendere il 20% del club per far condurre agli “investitori” i loro giochi sulle TPO. Ma era inevitabile che le conseguenze più pesanti dell'inchiesta ricadessero su Allardyce, costretto a concordare con la FA le proprie dimissioni.
Il verdetto emesso ieri dall'Ipso stabilisce che, con poche eccezioni, l'inchiesta del Telegraph è rigorosa. Soprattutto, è stato riconosciuto valido l'utilizzo di una condotta ingannevole quale la registrazione con camera nascosta, perché grazie a questo mezzo è stato possibile portare a conoscenza informazioni di pubblico interesse. Riguardo alle tre inaccuratezze, il Telegraph ha pubblicato a pagina 2 dell'edizione di oggi le dovute rettifiche.

Dal canto suo, Allardyce si è visto riconoscere: di non aver suggerito un modello per beneficiare delle formule di TPO, di non avere dato indicazioni precise su come violare le regole, e di non essere entrato in trattative per vendere la propria consulenza. Ciò che ha dato al tecnico il pretesto per annunciare un'azione legale contro la FA, che a suo giudizio in quel settembre 2016 fu troppo frettolosa nel giudicare in modo negativo le sue condotte e nel mettergli pressione affinché si dimettesse. Nelle prossime settimane vedremo se un'azione legale avrà effettivamente luogo, o se il conflitto verrà ricomposto in altri modi.
@pippoevai
Pippo Russo

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