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Astori e le maglie ritirate: le leggende non muoiono mai
Ritirare una maglia significa consegnarla alla leggenda e indicare un sentiero lungo cui il tifoso può inerpicarsi nel ricordo. Valeva ieri, vale oggi. Il ricordo di Davide Astori, che il 7 gennaio avrebbe compiuto 32 anni, passa anche attraverso quella maglia, la n.13 che Cagliari e Fiorentina decisero di ritirare proprio nei momenti successivi alla tragedia. In queste ore nei social scorre un fiume di affetto per Davide, l’affetto di chi ricorda l’uomo, prima ancora del calciatore. La maglia n.13 aveva un significato particolare per Astori. Era la maglia di Alessandro Nesta, il suo idolo, il modello per un ragazzo che - come Davide - era entrato nelle giovanili del Milan sognando un giorno di emulare il campione azzurro. Di Nesta, ad Astori, piaceva l’eleganza del gesto, la compostezza in ogni azione, quella classe che fa di un difensore un giocatore totale. E in fondo erano le caratteristiche che hanno contribuito a fare di Astori un bravo calciatore di serie A.  Le maglie si ritirano perché si rende onore a chi l’ha indossata ed è un modo per dire: come te nessuno mai (più).

Qui in Italia abbiamo scoppiazzato la moda dall’Nba, dove la pratica è antica. Abbiamo cominciato a ritirare la maglia giusto vent’anni fa, quando già esisteva la numerazione dall’1 al 99. Prima - ovviamente - non sarebbe stato possibile. All’inizio la maglia veniva ritirata perché chi la vestiva se n’era andato. L’Atalanta tolse dalla numerazione il n.14 di Federico Pisani, talento sfortunato che morì in un incidente stradale - con la fidanzata - a nemmeno ventitrè anni. La curva della Dea oggi porta il suo nome. Col tempo subentrarono altre ragioni, comunque sentimentali. Il Bari ha ritirato la maglia n.2 di Giovanni Loseto, per la sua lunga militanza (dodici stagioni dal 1981 al 1993) con i galletti; stessa cosa ha fatto il Parma con la 6 di Lucarelli o il Genoa con la 7 di Marco Rossi.
Una delle prime società a ritirare la maglia di un suo campione è stato il Milan di Berlusconi, nel 1997, vedi alla voce Franco Baresi. Da qui all’eternità, rossoneri senza il n.6. E anche senza il n.3 di Maldini. Viviamo di emozioni forti, il calcio si adegua. Alcune squadre (Lazio, Lecce, Torino, Atalanta) hanno tolto la n.12 come a dire ai propri tifosi: il nostro 12° uomo siete voi. L’Inter ha tolto il 3 che fu di Facchetti e il 4 di Zanetti, il Cagliari l’11 di Riva, il Genoa il 6 di Signorini, il Brescia il 13 di Mero e la 10 di Baggio, il Chievo il 30 di Mayelè, il Bologna il 27 di Galli, il Livorno la 25 di Morosini, il Vicenza la 3 di Savoini, l’Avellino la 10 di Lombardi. In un certo senso vi si riconosce l’immortalità del campione, anche se è vivo. Ma anche dell’idolo casalingo come lo fu Zucchini a Pescara (ritirata la sua 4), Anche se c’è chi ci ripensa: a Siena ritirarono la 8 di Argilli, a Livorno la 10 di Protti, poi ci fu il dietrofront, anzi la (ri)ritirata; la 6 della Roma sparì dal 1990 al 2003, per tredici campionati, finché Pluto Aldair, che ne era il tenutario, disse: meglio rimetterla in circolo. In fondo è giusto così: l’eternità dura giusto un attimo, il tempo di indossare una maglia e caricarsi della gloria e della bellezza di tutti quelli che l’hanno indossata. Recentemente il Cosenza ha deciso di ritirare la maglia numero 8 di Donato Bergamini, almeno fino a quando non verrà fatta piena luce sulla sua morte: le indagini sono ancora in corso e legare alla maglia - e al suo ripristino - la speranza di vertià e di giustizia ci sembra una gran bella cosa.
Furio Zara

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