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Ce l'ho con... Nedved, i grandi manager non sono tifosi. Rispetto per Marotta!
C'era una volta lo stile Juve. A ricordarcelo ci ha pensato Pavel Nedved, l'uomo più vicino al presidente Andrea Agnelli e uno dei componenti della nuova triade che ha visto Fabio Paratici rilevare in toto le competenze di Beppe Marotta. Che ha atteso l'ufficialità della sua separazione dal club bianconero per accasarsi prontamente agli acerrimi rivali dell'Inter, per cui ha esultato senza remore in occasione del gol-partita di Icardi con l'Udinese. Probabilmente l'episodio scatenante per innescare la reazione sopra le righe di Nedved e il suo attacco tutt'altro che velato al nuovo amminstratore delegato nerazzurro.

IL TIFO BECERO - "Io credo che ci siano due tipi di dirigenti: quelli che andrebbero a lavorare ovunque e sono professionisti, e quelli che non lo farebbero mai", l'ultima uscita dell'ex calciatore ceco, a rincarare la dose rispetto ai concetti espressi sabato scorso prima del derby col Torino e aver verosimilmente il Marotta interista ed esultante. Situazione che Nedved ha successivamente cercato di mitigare, abbracciando e spendendo parole al miele per il suo ex compagno di battaglie in occasione della serata per il premio "Golden Boy" assegnato dal quotidiano Tuttosport. Se è pacifico che qualsiasi rapporto di lavoro possa concludersi più o meno bene e che le separazioni non devono essere necessariamente consensuali, è altrettanto ovvio che esiste modo e modo di parlare di un manager che ha contribuito in maniera importante al ciclo vincente che la Juve sta ancora vivendo. Ma nel calcio di oggi conta evidentemente ingraziarsi sempre e comunque i tifosi, parlare alla pancia della sua componente becera ed esagitata, quella che, prima di affrontare il suo avversario, lo odia.
IL MIGLIOR COMPLIMENTO - Quasi ignorato, messo da parte come uno dei tanti nel discorso con cui il presidente Agnelli annunciava il restyling societario dello scorso ottobre, Marotta è stato più recentemente etichettato da Nedved come "non juventino", come se per lavorare per una società o un'azienda tu debba indossare quella casacca fino all'ultimo dei tuoi giorni. Peccato che, senza volerlo, abbia fatto il migliore dei complimenti a Marotta che, da buon manager che si rispetti, è un professionista e lavora (e bene) per chi lo paga. Oggi si chiama Inter, domani si potrebbe chiamare Milan, Roma o Napoli. Tutto normale, nel mondo dei normali. Non in quello del calcio, dove la prima regola è pararsi le spalle e ingraziarsi i tifosi. Eh già, c'era una volta lo stile Juve.

Andrea Distaso

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