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Il Milan ha pagato il debito a Maldini e papà Cesare può riposare tranquillo
Ci sono voluti nove anni prima che il Milan decidesse di saldare un grande debito morale con un appartenente alla sua famiglia. Più che un debito una promessa. Quella che il presidente Silvio Berlusconi fece, solennemente e ufficialmente, all’interessato. “Paolo, non ti preoccupare per il tuo futuro. Non appena smetterai di giocare avrai un ruolo di assoluta importanza in quella che è la tua casa. La nostra casa. Il Milan”. Qualcosa e qualcuno si misero di traverso.

Che le cose fossero destinate ad andare in maniera diversa da quella disegnata dal Cavaliere lo si intuì il 24 maggio del 2009 al Meazza di San Siro. In cartellone Milan-Roma per l’ultima gara casalinga dei rossoneri. Ottantamila spettatori. Per la partita, certamente, ma soprattutto perché quella sarebbe stata l’ultima rappresentazione di Paolo Maldini, il capitano.

Al novantesimo l’icona rossonera inizia il suo giro di campo celebrativo accompagnato dagli applausi del pubblico in piedi. Quasi tutto il pubblico. Tra la sorpresa generale e la grande amarezza del giocatore i tifosi della curva ultras inscenano una gazzarra ignobile contro quella che avrebbe dovuto essere la loro bandiera. Un dolore davvero forte per il capitano che, in risposta, applaude ironicamente i contestatori. Si disse che dietro quella sceneggiata ci fosse la mano di Galliani il quale era terrorizzato dall’idea che il “futuro dirigente” potesse soffiargli il posto. Tant’è da quel giorno il legame tra il Milan e Maldini andò in cortocircuito.

Esiste, per la verità, un precedente significativo a convalidare certi sospetti di mal sopportazione da parte di una certa dirigenza nei confronti della dinastia Maldini. Cesare, il papà di Paolo e soprattutto esemplare figura di sportivo a tutto tondo, lavorava nel Milan come capo e organizzatore degli osservatori. Una mattina entrando in sede trova il suo ufficio occupato da un’altra persona. A lui spetterebbe una stanza, isolata e spoglia, sul fondo del corridoio. 
Triestino fiero e ricco di dignità, Cesare fa dietrofront e esce senza dire nulla. Non tornerà mai più sui suoi passi e andrà a commentare le partite per il network di Al Jazeera. Lui, Cesare, che alla causa rossonera aveva dato la sua vita professionale e che, nel 1978, aveva accompagnato il figlio Paolo al campo dei “pulcini” per un provino senza mai mettere bocca in quella che sarebbe stata la possibile carriera del suo primo erede maschio.

Uno strappo senza motivazioni valide, se non quelle legate a politica e potere, difficile da rammendare. Dopo l’uscita di Berlusconi e di Galliani dalla scena rossonera, ci provarono i cinesi. Paolo, intanto, procedeva nella sua attività aziendale slegata dal pallone, insieme con i suoi fratelli e con le sue sorelle, accumulando esperienze assortite e anche di management. Ai cinesi, dopo una rapida valutazione, rispose con un cortese diniego. Aveva visto giusto e lontano. 

Intanto due anni fa, nel giro di appena tre mesi l’uno dall’altra, se ne vanno Cesare e Marisa i cardini di una fantastica famiglia di belle persone. Anche loro con quella piccola spina nel cuore che faceva male e un interrogativo irrisolto: perché la fine di un grande amore che pareva eterno tra i Maldini e il Milan?

Oggi Paolo, anche grazie al progetto-Leonardo con il quale lui ha un ottimo feeling professionale, ha finalmente accettato di incassare ciò che il Milan gli doveva da nove anni. Per la rinascita autentica della società rossonera si tratta di un colpo equivalente, sul piano dirigenziale, a quello di Ronaldo. Da questo momento anche papà Cesare e mamma Marisa, i quali insieme sicuramente hanno visto da lassù il compiersi di questo prodigio, potranno distogliere lo sguardo dalle piccole cose del mondo terreno e riposare in pace.
Marco Bernardini

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