Dietro il muro del castello che, a Gland, si affaccia sul lago di Ginevra c’è una grande camera la quale da cinque anni è allestita e funziona come un autentico reparto di ospedale. Varcare quella soglia è impossibile. Neppure i volpini cronisti della Bild, addestrati a mille mascheramenti  per incursioni off-limits, ci sono mai riusciti. Forse si sono rifiutati di tentare perché per ogni cosa e situazione esiste un confine deontologico ed etico che non deve essere superato

Gli unici ammessi ad entrare il quella zona off-limits sono gli uomini e le donne dell’equipe composta da medici specialisti, infermieri e fisiatri. Qualcuno di loro, moralmente fragile, avrebbe potuto fare il furbo e arricchirsi con il semplice clic di uno scatto sul telefonino. A nessuno di loro è mai venuta in mente una cosa del genere. Non per paura delle conseguenze e della vergogna. Per rispetto

Soltanto due persone al mondo hanno avuto il privilegio di essere introdotte in quella grande stanza che, fino a cinque anni fa, era un ufficio. Due amici fraterni e compagni di viaggio in una delle avventure più belle del mondo. Jean Todt e Luca Cordero di Montezemolo i quali, una volta usciti, non hanno detto una sola parola di ciò che avevano visto o sentito. Non per reticenza ma, anche loro, per rispetto.

Ecco, il rispetto. E’ il primo e forse unico termine  adeguato per sottolineare il giorno dei festeggiamenti che Michael Schumacher riceve dalla sua piccola tribù. Corinna, la moglie, Gina Maria e Mick che ha deciso di seguire le orme del padre. Carezze e parole sussurrate. Musica in sottofondo che lui può sentire. Magari anche torta corredata con cinquanta candeline che lui può vedere ma non gustare. E poi quella televisione sempre accesa davanti al suo sguardo immobile nel tentativo di stimolare una qualche reazione. Tutto ciò con grande amore e con assoluto rispetto per un uomo il quale, dopo aver vissuto stagioni memorabili da supereroe tra il rombo dei motori e la confusione organizzata dei paddock, ora galleggia in un silenzio vegetale per un pit stop che non si sa quando e se finirà.

Il mondo intero lo ha amato e lo ama. Nessuno ha mai smesso di pensarlo e di immaginarlo come era. Neppure dopo l’incidente e la scomparsa dalle scene pubbliche. Il pilota più vincente della storia automobilistica e il tedesco più napoletano che vi potesse essere per via della sua simpatia e del suo saper essere sempre comunicativo con tutti. Nessuno ha mai provato a raffigurarselo così com’è ora: spento e immobile in un letto come una pianta, eppure vigile e recettivo ai suoni a cui non può rispondere. “Tutti noi facciamo quel che si può perché lui stia bene” dice Corinna abbassando per un solo istante il ponte levatoio della privacy. In effetti Schumi sta bene. Perché è vivo.

Ma lo sarebbe e lo sarà anche se, disgraziatamente, le cure e le attenzioni cliniche non avranno successo totale. Lui è l’unica “leggenda viva” al mondo. Il solo supereroe in grado di passare da una dimensione all’altra e anche di scomparire dalla realtà senza che per questo la sua immagine sbiadisca nel ricordo popolare e nell’affetto autentico che si tramanderà da generazione in generazione. Un supereroe non muore mai. E neppure invecchia proprio come quelli inventati dalla Pixar. Schumacher, così, sarà sempre in noi e per noi come quello sorridente e vero di prima della caduta. Lui che merita il nostro rispetto. Soprattutto quello del silenzio anche nel giorno del suo compleanno.