Peccato per l’Inter e peccato per Spalletti. L’Inghilterra non gli ha mai portato bene. Perdere subendo gol a 10 minuti dalla fine fa male. Soprattutto se, come nel caso in questione, la tua squadra ha patito poco o nulla prima. Però, a parte eccezioni e quindi casi clamorosi, se si perde una ragione c’è sempre. E, nello specifico, risiede nella disattenzione che ha coinvolto almeno due giocatori interisti che avrebbero dovuto arginare o addirittura stroncare l’azione di Sissoko, una percussione di forza sulla quale Brozovic si è fatto superare e Skriniar era fuori posizione. Da lì è nato il gol, da quel movimento si è innescata la velocità che ha permesso a Dele Alli di girare palla sull’accorrere di Eriksen e a quest’ultimo di battere Handanovic con un tiro da dentro l’area e sotto la traversa.

Molti commentatori e analisti, tra i quali anch’io, sono rimasti del tutto sorpresi dalle scelte di Pochettino. Infatti l’allenatore dei londinesi non solo ha cominciato senza l’uomo che ha deciso la gara - uno dei migliori centrocampisti offensivi d’Europa già destinato al Real Madrid - ma con lui ha mandato in panchina anche Son e Dier. Così mentre il Tottenham, che certamente ha fatto la partita, sbatteva contro un’Inter timida ma non dimessa, mi chiedevo dove risiedesse la bravura (non dico la grandezza perché per essere grandi bisogna anche avere vinto in maniera significativa) di questo allenatore celebrato dalla stampa britannica, benvoluto da quella internazionale, addirittura concupito, forse per le sue origini, da quella italiana, sempre pronta a schierarsi con lo straniero, soprattutto se ha appena battuto un conterraneo (Maurizio Sarri in Tottenham-Chelsea 3-1).

Alla fine ci è stato spiegato che quella di Pochettino non era dabbenaggine, ma strategia e che Eriksen e Son egli li aveva preservati per l’ultimo scampolo di gara, quando gli avversari hanno cominciato ad essere stanchi e loro, oltre ad essere bravi, erano anche freschi. Non ho motivo di dubitare di questa interpretazione sia perché Eriksen ha effettivamente segnato, sia perché con Son si è visto un Tottenham meno prevedibile e, soprattutto, che teneva palla a terra. Mi chiedo solo cosa avrebbero detto e scritto in Inghilterra se il gol non fosse arrivato o, per un motivo qualsiasi, non certo estraneo al confronto, l’Inter avesse pareggiato, magari con il destro  di D’Ambrosio all’83’. Avremmo lodato Pochettino alla stessa maniera? O gli avremmo riservato lazzi e cachinni come si conviene al più nescio tra gli allenatori?

Anche se vi assomiglia, il calcio non è una battaglia, specie perché quest’ultima non dura un tempo predeterminato, come le partite. Scegliere di giocare con i migliori solo dal 70’ (quando Son ha sostituito Lucas Moura) o dal 76’ (il minuto in cui Eriksen ha rilevato Lamela) ha costituito un rischio grosso e grossolano. Senza l’errore dei due interisti, soppiantati sullo scatto da Sissoko, probabilmente sarebbe finita 0-0, l’Inter avrebbe festeggiato con la qualificazione anticipata e il Tottenham sarebbe scivolato in Europa League. Dove può ancora finire se non batterà il Barcellona al Camp Nou.

Fra due settimane, Spalletti deve vincere con il Psv Eindhoven (già eliminatissimo) e sperare che i catalani facciano il proprio dovere, nel senso che non regalino niente, magari per scarsa concentrazione, agli inglesi. Sinceramente non penso che il Tottenham vinca a Barcellona. Contro l’Inter ha di certo tenuto più la palla, ma nel primo tempo non aveva sbocchi per usarla al meglio. Ha tirato tre volte. Una (7’) con Kane, defilato, tra le braccia di Handanovic che non ha trattenuto, ma respinto. Un’altra con Lucas Moura (30’) dopo straordinaria ripartenza in campo aperto di Sissoko, parata di Handanovic. L’ultima (38’) con Winks che ha colpito la traversa da fuori area. Le prime due azioni contenevano i germi che, alla fine, hanno atterrato l’Inter. Kane aveva superato Brozovic (in ritardo anche sull’1-0) e Sissoko aveva sfondato a destra, la sinistra della difesa interista, con troppa libertà, come avvenuto sul gol di Eriksen.

All’Inter, schierata con quasi tutti i titolari, se si eccettua Vrsaljko per D’Ambrosio, è mancato per un tempo Nainggolan, uscito al 44’ e provvidenzialmente sostituito con Borja Valero, forse il migliore tra i nerazzurri. La colpa maggiore della squadra di Spalletti è di avere costruito poco, troppo sicura che il controllo pagasse in qualificazione pesante. Un tiro in porta in tutta la partita è mortificante per chi gioca con Icardi più tre trequartisti. Il tentativo (76’), sventato da Lloris, è stato di Perisic, per il resto assai abulico, dopo un fraseggio all’interno dell’area con Borja Valero. La conclusione, all’altezza del primo palo, è stata accecante, ma purtroppo unica.

Altro appunto: l’arretramento della linea difensiva che, fino all’ora di gioco, è stata alta e aggressiva (Kane ha combinato quasi nulla). E’ vero che i calciatori dell’Inter erano stanchi, ma è altrettanto vero che in questo modo sono stati concessi venti metri di campo all’avversario. Sembrava fatta, ce la si poteva fare. Invece, in puro stile Inter, c’è ancora da attendere. E, presumibilmente, da soffrire.   
IL TABELLINO

Tottenham-Inter 1-0 (primo tempo 0-0)

Marcatori: 80’ Eriksen

Tottenham (4-2-3-1): Lloris; Aurier, Alderweireld, Vertonghen, Davies; Winks (dal 41’ s.t. Dier), Sissoko; Lamela (dal 24’ s.t. Eriksen), Alli, Moura (dal 17’ s.t. Son); Kane. All. Pochettino.

Inter (4-2-3-1): Handanovic; D’Ambrosio, de Vrij (dal 37’ s.t. Miranda), Skriniar, Asamoah; Vecino, Brozovic, Politano (dal 33’ s.t. Keita), Nainggolan (dal 44’ p.t. Borja Valero), Perisic; Icardi. All. Spalletti.

Arbitro: Cakir (Tur)

Ammoniti: Alderweireld, Lamela, de Vrij, Son, Borja Valero.