Ancora Italia, comunque Italia. Poco bella, assai distratta, inutilmente attendista quando è stata addirittura in superiorità numerica, ma alla fine vincente in un settembre che tradizionalmente è mese grigio e gramo perché la stagione è appena cominciata e il rodaggio non è certo finito.
Non a caso il migliore è stato Belotti, uno che con il Torino ha svolto una preparazione anticipata. Parlo di singoli perché la squadra è mancata. Il c.t. Mancini ci ha abituato a condurre e a comandare il gioco. Quando lo vediamo fare agli altri, e soprattutto all'Armenia, restiamo sorpresi e anche un po’ afflitti. 

Non era cominciata bene, non come ci si aspettava. Approccio sbagliato? Certamente, ma anche l’aggressività dell’Armenia, la sua freschezza atletica, il suo furore da arena caucasica, la spinta che le dava il pubblico contro l’avversario migliore del girone. 
Il gol (11’) di Karapetian è nato da un errore concettuale (palla orizzontale di Chiesa e per di più lenta), dal mancato contrasto di Barella e dalla fuga di Barseghyan che ha favorito il taglio di Karapetian. Quest’ultimo ha macchiato la sua buona prova con un’espulsione a fine primo tempo che ha orientato il resto della partita. Prima ha attaccato briga con Verratti (ammonito anche lui, salterà la Finlandia domenica), poi è saltato a stretto contatto con Bonucci toccandolo sul volto. Sinceramente l’arbitro tedesco Siebert, estraendo il giallo, è stato molto fiscale. Tuttavia Karapetyan ha pagato anche la precedente mini rissa. 

L’Italia ha pareggiato poco prima della mezz’ora (28’) grazie a Belotti. In verità il merito è da ascrivere, almeno per la metà, a Emerson Palmieri, bravo a scendere sulla sinistra e a pennellare un cross ben oltre l’ultimo difensore. 
Sia prima che dopo, l’Italia avrebbe potuto segnare ancora. Due volte con Bernardeschi (grande deviazione di Hayrapetyan e traversa scheggiata con tiro a giro) e una di nuovo con Bellotti, assistito splendidamente da Chiesa. Purtroppo il torinista, per il resto vivo e pericoloso, ha mancato un comodo appoggio a un passo dalla porta. Peccato, perché l’Italia avrebbe potuto chiudere la partita già all'intervallo. 

Con un uomo in meno (4-4-1) l’Armenia poteva solo contenere i danni. Invece, almeno a inizio di ripresa, gli azzurri si sono limitati a controllare. Ma a controllare cosa? Quando si gioca sotto ritmo il rischio è perfino quello di incoraggiare gli avversari. Infatti Barella ha finito per beccarsi un’ammonizione per fallo su Mkhitaryan e lo stesso neo romanista ha mancato un contropiede che sarebbe potuto essere letale. 
Mancini ha provato a cambiare: fuori Chiesa e dentro Pellegrini (a destra con Bernardeschi a sinistra), poi Sensi per Barella. Ma fino a venti minuti dalla fine l’Italia non ha tirato in porta, mentre Hovhannisyan furoreggiava imprendibile su una difesa azzurra inspiegabilmente scoperchiata. 

Per  fortuna è venuto il gol di Lorenzo Pellegrini, un po’ causale, molto fuori contesto. Sia perché Pellegrini fino a quel momento aveva fatto poco e malino, sia perché il lancio di Bonucci sarebbe dovuto essere preda dei difensori armeni, anticipati invece dal romanista di testa.
Pochi minuti e Belotti, uno che al di là del gol si è sbattuto con grande tenuta e generosità, ha sciolto ogni patema: tecnicamente il 3-1 è un’autorete (palla sul palo e poi sul portiere), ma il merito è tutto del torinista. 
Poteva finire di goleada se Pellegrini non avesse concluso sul portiere (retropassaggio errato) e se un incauto assistente non avesse segnalato all’arbitro un fuorigioco, peraltro inesistente, di Belotti (avrebbe fatto tripletta virtuale). 

Cinque vittorie su cinque partite, qualificazione vicinissima, praticamente scontata. Il risultato non è tutto, ma aiuta a superare anche le cattive prestazioni.