Tanti auguri, papà! Una frase che risuonerà più e più volte in tante case italiane o da un capo all'altro del telefono. Per non parlare della miriade di Whatsapp del medesimo tenore. Come ogni 19 marzo, il primo pensiero di ogni figlio sarà quello di manifestare il proprio affetto e la propria gratitudine al genitore che nell'immaginario collettivo viene considerato come un modello di vita, come una fonte di ispirazione da seguire quotidianamente. E il mondo del calcio non fa eccezione, con i tantissimi figli d'arte chiamati spesso all'ingrato compito di non far rimpiangere chi li ha preceduti. Un affare di famiglia, come quello di quei calciatori che si trovano ad avere un padre allenatore e i cui percorsi professionali magari si sono pure incrociati.

Il Mondiale di Francia '98 e il derby di Milano del 2001 rimangono impressi in maniera indelebile nelle menti di tutti gli appassionati per la celeberrima accoppiata Cesare-Paolo Maldini, un binomio legato indissolubilmente alla storia del Milan. Di casi analoghi è piena la storia recente: dagli slovacchi Vladimir Weiss (carnefici dell'Italia di Lippi nel Mondiale 2010) e Bob a Micheal Bradley, rispettivamente ct e centrocampista della nazionale statunitense (prima di ritrovarsi da avversari in MLS, il primo alla guida di Los Angeles FC, il secondo faro di Toronto FC), passando per l'ex meterora milanista Yoann Gourcuff, guidato da papà Christian lo scorso anno a Rennes. Ma è sempre in Italia che bisogna tornare pensando a un totem del settore giovanile della Roma come Alberto De Rossi, storica guida tecnica della Primavera giallorossa, che ha avuto il privilegio di veder crescere molto da vicino l'attuale capitano della prima squadra, il figlio Daniele. Tale padre, tale figlio? Non sempre gli eredi hanno deciso di seguire, da calciatori, lo stesso percorso del proprio genitore, chi per una questione di ruolo e di caratteristiche tecniche, o chi addirittura si è trovato il "nemico" in casa. Centrocampista roccioso e dai metodi spicci Pierpaolo Bisoli, prima di intraprendere la carriera di allenatore; l'esatto contrario di Dimitri, più offensivo e con un certo vizio per il gol, punto di riferimento di un Brescia che aspira al ritorno in Serie A. La fascia laterale come punto d'incontro ma una carriera sin qui sistematicamente da avversari è stata quella di Eusebio Di Francesco, allenatore di Pescara, Lecce, Sassuolo e Roma, e quella del figlio Federico, che come lui ha iniziato nel club abruzzese fino all'approdo nel club emiliano. Il peso di un cognome che spesso ti può schiacciare, se Madre Natura non è stata generosa alla stessa maniera o non sei in possesso della personalità necessaria per resistere alle pressioni: chiedere per informazioni a Luca e soprattutto Enzo Zidane, costretti a convivere col paragone decisamente troppo ingombante con papà Zinedine.

Un destino che Giovanni Simeone, figlio del Cholo, o Jonathan Klinsmann, portiere dell'Hertha Berlino e soprattutto figlio dell'ex attaccante dell'Inter e della nazionale tedesca Jurgen, vogliono provare a scrivere in maniera diversa. Chi a suon di gol, chi cercando di evitarne il più possibile. E poi c'è chi, per una stranissima coincidenza astrale, si ritrova ad essere in epoche diverse un simbolo di una generazione di fenomeni di una squadra, l'Ajax, che ripartendo dal proprio settore giovanile è stato e vuole essere ancora una grande realtà del calcio internazionale. Fu il caso di Danny Blind, capitano della magnifica squadra di van Gaal capace di strappare una Champions League al Milan di Capello e di contenderne una ai rigori alla Juve di Lippi, e chissà che la storia non si ripeta con Daley, tornato ad Amsterdam dopo la non felicissima parentesi al Manchester United col compito di provare a guidare i vari van de Beek, Ziyech, de Ligt e de Jong a ribaltare contro la Juve di oggi un pronostico che sembra scritto nella prossima sfida in campo internazionale.