Alla fine il Milan ci ha impiegato meno dei 15 anni ipotizzati in una recente intervista a Sky da Paolo Maldini, immaginiamo si riferisse alla peggiore delle sue ipotesi, a vincere. Sempre che intendesse sul campo, in quel caso il gol partita di Suso a San Siro contro la Spal può valere la considerazione. Se invece si riferiva a un progetto economico (e quindi sportivo) vincente, la questione si fa molto più spinosa. 

In effetti in sede di assemblea dei soci rossonera il Presidente di Associazione Piccoli Azionisti di A.C. Milan (“APA”), Auro Palomba, si era apertamente detto preoccupato per l’andamento economico-finanziario del club. Così prendendo spunto dall’ultimo tragico s-bilancio di Via Aldo Rossi (il peggior rosso della storia finanziaria del Diavolo) è interessante osservare come nell’arco dell’ultimo quinquennio i conti del club sono rimasti attaccati a una boa per quel che riguarda la crescita dei ricavi e, invece, andati a fondo sul fronte del deficit. 

Il tutto mentre dall’altra parte del Naviglio, i cugini nerazzurri, pur in un travagliato cambio di proprietà (seppur meno travagliato rispetto al Milan) sono cresciuti sensibilmente sul fronte del fatturato e hanno ridotto le perdite. Creando, a oggi, un divario tale dal Milan che pare difficile possa essere riassorbito in breve tempo da Gazidis & Co. 
Basta un calcolo per inquadrare il timore di piccoli azionisti e tifosi rossoneri: 536. Perché 536 milioni sono l’ammontare della perdita complessiva cumulata nelle ultime 5 stagioni dai rossoneri. In un arco temporale che attraversa la proprietà Berlusconi, i fasti d’argilla dei cinesi + l’ad Fassone e l’ultimo affresco 18/19’ firmato Elliott.
Mezzo miliardo di euro di rosso, cifra monstre, ma si capisce forse più chiaramente così, è al di fuori di ogni parametro del fair play finanziario e della logica del massimo di 30 milioni di perdita per ciascun triennio. Una sequela culminata con il risultato di quest’ultimo libro contabile approvato dall’assemblea con 155 milioni di euro di perdite, mai successo nella storia del club. 
Nello stesso arco temporale i ricavi complessivi ammontano a 1,1 miliardi di euro. Curiosità: il Barcellona ha appena approvato il progetto di bilancio al 2020 del club e i ricavi attesi rappresentano un record: 1,04 miliardi di euro.
Una volta il Milan era nell’Olimpo del calcio e tra i club finanziariamente più potenti. Oggi impiega 5 anni a fatturare quello che il Barcellona porta a casa in 365 giorni. Sic transit gloria mundi.

Ma tornando al mezzo miliardo di euro, questo deriva da una cronica incapacità di far aumentare i ricavi, complice la magra storia europea recente, e un costo dei cartellini che ha avuto la tendenza a crescere, facendo saltare ogni equilibrio. 
Il costo degli stipendi dei giocatori è rimasto estremamente elevato rispetto ai ricavi perché i dirigenti hanno provato a rilanciare la società investendo (a debito) su giocatori importanti, ma senza risultati. Come scritto in questa rubrica recentemente, nell’ultimo biennio circa sono stati investiti sul mercato 400 milioni, per giocatori con uno stipendio medio ormai fuori scala per la dimensione economica del Milan: Bonucci, Higuain (seppur prestato a peso d’oro), A. Silva e tanti altri, sono stati una zavorra più che una rischiosa scommessa vinta.

E ora cosa rimane? Nell’ultimo bilancio i rossoneri hanno registrato un costo del personale di 184 milioni di euro a fronte di 241 milioni di euro di ricavi. Un’incidenza enorme rispetto al fatturato. La società, fuori dall’Europa, fuori dall’entusiasmo dei tifosi, con sponsor in calo, spende troppo rispetto a quello che guadagna. 
Basti pensare che, nello stesso periodo, l’Inter ha registrato ricavi per 417 milioni (record) e costi del personale per 192, meno della metà di quanto entrato in cassa al club. 

Questi gli ultimi 5 anni rossoneri in cifre:

L’ultimo bilancio di pertinenza dell’era Berlusconi è il il 16/17, quello che comprende la Supercoppa italiana vinta contro la Juventus a Doha nel dicembre 2016 e in cui è osservabile un decremento del costo del personale. 
Quello con il primo rosso extralarge (-126) è l’anno della presidenza cinese Li e gestione Fassone, con una campagna acquisti faraonica che puntava tutto sul rilancio sportivo immediato della squadra, e una chiusura al 6° posto in campionato e l’uscita agli ottavi dall’Europa League per mano dell’Arsenal. Una scommessa persa che ha lasciato i suoi strascichi anche nell’ultimo bilancio Elliott approvato da poco dall’assemblea dei soci rossoneri. 

Nello stesso arco temporale questi sono i medesimi parametri dell’Inter:  



Nel primo bilancio della gestione Suning, il 2016/17, si nota un aumento sensibile dei ricavi a 318 milioni con un contestuale, ma proporzionato aumento del costo del personale, quindi della rosa più altri costi accessori. 
Dal 2014/15 (gestione Thohir) a oggi il fatturato dell’Inter è cresciuto del +110%  e le perdite hanno seguito un trend al ribasso, dopo le limitazioni Uefa, culminate però con un-48,4 milioni nell’ultimo esercizio fuori dai paletti europei. 

Nello stesso periodo il fatturato del Milan (oggi vale la metà di quello dell’Inter più o meno) si è mantenuto costante ed è passato da 224 milioni del 2014/15 ai 241 approvati da pochi giorni. E’ chiaro che, a fronte di costi sempre più importanti tra cartellini e ammortamenti, il quadro generale è andato deteriorandosi. 
Da qui la fotografia che riporta alle preoccupazioni economico-finanziarie espresse dai piccoli azionisti del club. Mentre le altre società hanno intrapreso un percorso di crescita (e la partecipazione alla Champions League è sempre determinante) il Milan è rimasto al palo e anzi, come scriveva la Gazzetta dello Sport qualche giorno fa, si sono ridotti del 30% anche i ricavi commerciali nelle ultime 4 stagioni. 

Insomma, vincere aiuta a vincere. Se accade sul campo di solito prima o poi si nota anche sui libri contabili. Se invece si impegnano capitali con scelte di mercato non efficaci il risultato non può che essere contrario. 
Certo è che il Milan, con mezzo miliardo di euro di perdite complessive negli ultimi 5 anni, qualcosa di meglio dal punto di vista delle scelte manageriali avrebbe potuto fare. Ad esempio comprare 3 super top player da 15 milioni di euro netti di stipendi all’anno. E magari anche un allenatore. Avrebbero pesato sul bilancio quanto le decine e decine di costosi giocatori transitati e ripartiti col Telepass da Milanello in questi anni, ma probabilmente avrebbero portato qualche risultato tangibile in più. Prima sul campo, successivamente sugli spalti e poi davanti ai soci.