Qualche anno fa, insieme al collega Antonio Barillà, andammo a Vinovo per una intervista a Massimiliano Allegri. Ricordiamo bene la prima domanda: ci può spiegare perché da un po’ di tempo a questa parte tutti, o quasi tutti, i portieri sono costretti a cominciare l’azione con un passaggio breve, al terzino o al regista che si abbassa, anche quando sono marcati? Lo fa perfino Buffon, il miglior portiere d’Europa, piedi esclusi. La risposta del tecnico juventino non fu chiarissima, lasciava intendere che la scelta spesso era degli stessi portieri.

Ultimo turno di campionato. Ospina, portiere scelto da Gattuso perché con i piedi è più affidabile di Meret (ed è vero), all’Olimpico tenta un dribbling su Immobile, perde la palla e prende il gol che vale la sconfitta per il Napoli. Il giorno dopo, come se niente fosse, Pau Lopez rinvia corto e centrale, al limite dell’area di rigore, verso Veretout che ha le spalle girate alla porta avversaria e non può accorgersi che quel falco di Dybala gli sta arrivando alle spalle. In quell’istante il mondo si rovescia, così un trequartista dal tocco gentile arpiona la palla al mediano dal tocco ruvido e succede quel che succede. Gli errori di Ospina e di Veretout sono diversi, ma hanno lo stesso comune denominatore.

È difficile capire, entrare nella testa dei giocatori e anche di alcuni allenatori. L’azione che nasce dalla prima linea e sale distesa e fluida verso l’attacco è bella, è elegante, spesso efficace. Si tiene palla, si scambia, si gioca stretti, rapidi, tecnici e poi si arriva al limite dell’area avversaria. In allenamento funziona ogni volta, in partita no, non accade sempre così per una ragione banale: c’è anche l’avversario, c’è Immobile e c’è Dybala. Eppure ci provano sempre, a tutti i costi. Sarri dice che in questo modo si rischia di prendere 2 o 3 gol a campionato ma si ha la possibilità di segnarne una decina. Magari è così per la Juve, che può segnare in mille maniere diverse avendo Dybala e Ronaldo in attacco. Ma non è così per le altre.

A noi sembra una moda, un tentativo di mostrarsi sempre bravi, sempre eleganti, sempre in linea con i tempi moderni. Più o meno come Conte che si indispettisce se Capello dice che l’Inter rende di più in contropiede. La nuova regola che consente il rinvio all’interno dell’area di rigore, con gli avversari che devono starne fuori, ha incoraggiato la partenza bassa, la pressione inizia da lontano, c’è più tempo, più libertà per giocare la palla. Ma questo non autorizza a osare solo perché è bello osare. Non molti anni fa, in un’Inter-Napoli, un rilancio splendido e tagliato di 70 metri di Pepe Reina (il miglior sinistro di tutti i portieri) fu controllato in corsa da Insigne che in quel modo si ritrovò solo davanti ad Handanovic.

Un passaggio, una palla-gol. Ma forse quel rinvio era tecnicamente deprecabile? Forse Reina doveva passare la palla a Hysaj e poi, scambio dopo scambio, arrivare fino all’area avversaria? Quello che sosteniamo da sempre è che non esiste un solo calcio, che l’azione non è bella solo quando nasce dentro la propria area di rigore, ma può essere gradevole ed efficace anche con un rilancio lungo. Il moderno è bello quando è utile.