Sensi è la conferma che i dirigenti del calcio italiano hanno per anni lavorato male, anzi, malissimo. Ma allo stesso tempo è la dimostrazione che dopo anni di disastri (la nazionale di Ventura era solo la punta dell’iceberg) qualcosa sta cambiando. Menzione speciale a Roberto Mancini, da sempre promotore della qualità e talent scout ancor prima che allenatore. Il “Mancio” sa riconoscere il talento e non a caso è stato uno dei primi a innamorarsi calcisticamente di Stefano Sensi, quando il centrocampista azzurro ancora vestiva la maglia del Cesena. Lo ha sempre indicato come uno dei talenti emergenti del nostro calcio, in pochi gli hanno dato ascolto, tanto che anche la Nazionale Under 21 lo ha sempre ignorato. 

Con Stefano Sensi il nostro calcio ha corso il rischio di fare un’altra brutta figura, quasi sui livelli di quella andata in scena nel 2012, quando il PSG per “soli” 12 milioni di euro portò via dall’Italia Marco Verratti. Cifra che nessun club italiano ebbe il coraggio di spendere. Il talento era chiaro, le doti tecniche non lasciavano dubbi, eppure… Da allora Verratti veste la maglia della squadra più forte di Francia ed è l’idolo indiscusso dei tifosi del PSG. Il percorso di Sensi è stato diverso, l’ex Cesena ha compiuto il salto di categoria ma si è fermato in provincia, a Sassuolo precisamente, dove l’illuminato Carnevali gli ha dato fiducia.  Poi la storia recente: l’interesse del Milan, l’affare ben indirizzato con i rossoneri e l’improvviso inserimento dell’Inter, pronta al rilancio. Merito soprattutto di Oriali, che in Nazionale aveva avuto modo di conoscere la persona e il calciatore. Così è partito il pressing: “Dobbiamo prenderlo, ci serve”, Conte era d’accordo, in piena sintonia con Lele Oriali. Tre uomini di calcio (Mancini, Conte e Oriali) hanno fatto sì che il talento di Sensi non andasse disperso o comunque che non avesse bisogno di emigrare altrove per trovare consensi nel calcio dei big. Adesso se lo godono sia la Nazionale che l’Inter, che hanno evitato un Verratti bis.