-Gabriel, davvero vuoi fare questo libro?
-Sì papà.
-Allora lo facciamo.

Osmar Batistuta era seduto su una poltroncina nella mitica (e poi vi spiegheremo perché era mitica) redazione fiorentina di Stadio-Corriere dello Sport, in via Carnesecchi 26, a trecento metri dallo stadio. Accanto a lui, quasi timoroso e ansioso di conoscere il pensiero di suo padre, c’era Gabriel, già diventato Batigol. Nella poltroncina di fronte Settimio Aloisio, storico procuratore di Batistuta. Poi c’era, per così dire, la “controparte”. Stefano Pucci, l’editore, con un sigaro pestilenziale ma con quel tratto ironico e dissacratore che si addice al personaggio, Alessandro Ciccio Rialti, la colonna di quella redazione, Alessandro Bocci che allora lavorava a Tuttosport ed oggi è la prima firma sportiva del Corriere della Sera, e chi scrive.

-Sì papà, questo libro mi piace.

E Osmar: ne venderemo un milione di copie.

Dai, un po’ meno, in realtà. Ma quel libro dal titolo “io Batigol racconto Batistuta”, stabilì qualche record nella tiratura, diffusione e vendita delle autobiografie di personaggi sportivi. Senza falsa modestia, il merito fu solo suo e oggi che Gabriel Omar Batistuta, il più grande cannoniere della storia della Fiorentina, uno dei più grandi dell’Argentina, festeggia i suoi 50 anni riaffiorano tanti di quei giorni.

Alcuni li ha trascorsi proprio in quella redazione, anche prima della stesura del libro. Un giorno era insieme a Galassi, Montuori e Hamrin, i cannonieri di antiche e splendide squadre viola. Un altro giorno con Ezio Pascutti, a cui portò via il record dei gol consecutivi. Ecco perché quella redazione era mitica, ci passavano i miti del calcio viola, prima che fosse una ruspa a passarci sopra. In quegli incontri, Bati era lui stesso. Duro e sensibile, forte ed educato, rispettoso della storia. Il giorno di Pascutti arrivò con due minuti di ritardo e per due minuti continuò a chiedere scusa.

Era un giocatore di basket, un ragazzino che suo nonno Melchior portava a pesca di dorados nel fiume vicino a Reconquista, la sua città. Cominciò a giocare a calcio solo per entrare nella squadra della scuola. Aveva già 16 anni. E il calcio gli piacque. Giocava insieme agli amici in un campino che chiamavano “lombrico” tanto era lungo e stretto. Poi la sua storia prese il largo, il debutto nel Newell’s Old Boys, il passaggio al River Plate con Passarella (ma non scoppiò l’amore...), poi al Boca Juniors e nel ‘91 alla Fiorentina. Leggenda vuole che sia stato Vittorio Cecchi Gori a sceglierlo. Un giorno gli portarono una videocassetta di una partita del Boca dove giocava Diego Latorre e pare che Vittorio si sia subito innamorato di quel centravanti con i capelloni. Comunque sia andata, quel video va benedetto.

Non fu semplice il suo inserimento nella Fiorentina che in quella stagione passò da Lazaroni a Radice. In attacco i titolari erano Borgonovo e Branca. Un gol alla Juve cambiò il suo cammino. Era il 26 gennaio 1992, la Fiorentina vinse 2-0 e da quel giorno Batistuta divenne Batigol. Non si è più fermato, un gol dietro l’altro, gol che hanno reso Firenze fiera del suo cannoniere come non lo era più dai tempi di Hamrin. Ne ha segnate di reti pazzesche. La tripletta San Siro contro il Milan; la doppietta ancora a San Siro e ancora al Milan, con sombrero al sire Baresi, nella finale della Supercoppa vinta dai viola di Claudio Ranieri; quella labbrata spaventosa al Camp Nou contro il Barcellona, quando tutto lo stadio gli gridava: “Batistuta hijo de puta”, lui fulminò Vitor Baia, si mise l’indice sul naso e girandosi su se stesso fece ammutolire centomila catalani. Niente poteva rendere più orgogliosi i fiorentini di quel gesto, nemmeno le campane di Pier Capponi. E ancora dopo, quella fantastica notte a Wembley, col Trap in panchina e l’Arsenal dall’altra parte: passaggio del terzino tedesco Heinrich, Bati che controlla la palla, si ingobbisce un po’, la butta avanti, salta Adams e scaraventa il siluro sotto la traversa di Seaman. Finì 1-0 per la Fiorentina. E da lì fino alla tripletta contro il Venezia, il giorno del record storico dei gol viola che era pure il giorno dell’addio a Firenze, fra abbracci e lacrime.

Lo abbiamo (calcisticamente) amato anche quando è andato alla Roma. Non poteva permettersi di chiudere una carriera con una Coppa Italia e una Supercoppa, doveva vincere quello scudetto che meritava e così fece. A Firenze non può stare sopra ad Antognoni, ma accanto sì. Quando i vecchi raccontano le sue gesta, vedi i ragazzini increduli: “Ma davvero abbiamo avuto un centravanti così forte?“. Sì, increduli di fronte a Gabriel Omar Batistuta. Gli auguri di tutti noi vecchi!